04/09/2004

Una candela alla finestra per i bambini dell'Ossezia.

Forse non servirà a molto, sarà solo un segno ma voglio sperare che sia l'inizio di qualcosa di nuovo.
L'iniziativa è stata lanciata da alcune professoresse e sta girando via sms, anche se ne è giunta l'eco su repubblica.it.

Stasera e domani sera lasciamo una candela accesa davanti alle finestre... forse sarà una luce sul nostro futuro.

di MarcoP at 18:30:43 2 Commenti

04/09/2004

Fermate il mondo, voglio scendere!

  • foto Dopo gli eventi della scuola in Ossezia non credo ci sia un posto nel mondo in cui sentirsi sicuri e questo non solo per la ferocia dei "terroristi" quanto per la protervia con cui noi, mondo occidentale culla di civiltà, ci ostiniamo ad interpretare i fatti del mondo.

    Vorrei segnalare alla vostra attenzione una serie di articoli del Manifesto di ieri che, se letti attentamente e con la mente aperta, danno da pensare a chi si ostina a definirsi democratico.

    Il primo è della Rossanda ed è un'ottima fotografia, senza filtri, di quello che l'attuale situazione dovrebbe significare per qualsiasi essere pensante; vi consiglio una lettura attenta.

    Di seguito sono rimasto colpito dalla pagina due, dove si racconta un'inchiesta svolta da una giornalista russa sul fenomeno delle "donne martiri" o kamikaze come le chiamiamo noi in occidente.
    Anche qui emerge che certi comportamenti sono sempre più dettati da sofferenza estrema su cui qualcuno inoltre specula: gente a cui sono stati tolti brutalmente gli affetti la... speranza stessa.

    Ed in tutta questa barbarie emerge come anche i nostri bersaglieri in Iraq si siano fatti prendere la mano.
    Ma è normale quando si delegano missioni di pace solo ad eserciti addestrati, al massimo, all'uso delle armi e della forza. ;-(

    Da queste letture viene alla luce, chiaro e forte, quello di cui mi sono convinto da tempo: non esiste pace senza speranza.

    E la speranza va costruita giorno per giorno anche nelle nostre scuole, educando i nostri giovani alla comprensione dell'altro, a non sprecare energia/cibo, a pensare ed andare oltre quello che viene loro proposto nei telegiornali televisivi dove certe notizie non "bucano" lo schermo.

    Per questo la rete è importante ed è fondamente insegnare ai giovani ad accedere ad una pluralità di fonti e a non fermarsi al primo "si dice".

    E qui il nostro ruolo di educatori è ancora fondamentale: non rinunciamoci!
    Perchè da questo mondo noi non vogliamo scendere.


Approfondimenti:

di MarcoP at 09:05:00 7 Commenti

04/09/2004

Non c'è male minore

Da "Il Manifesto" del 3 settembre 2004 
ROSSANA ROSSANDA
Ma è vero che si tratta di scegliere fra un Iraq normalizzato dagli Stati uniti e un Iraq liberato dai tagliatori di teste? Fra una Cecenia normalizzata da Putin e una Cecenia dominata dai sequestratori di bambini? Che per una volta realismo e morale consigliano il primo corno del dilemma?

Non è vero. L'Iraq non tornerà normale finché dura l'occupazione americana. E' questa che lo ha gettato dalla dittatura nel caos e imponendo un governo Quisling sollecita una resistenza che, non avendo un foro minimo di elaborazione consentita, suscita anche frange fondamentaliste o semplicemente criminali. Ma non sono queste che tengono l'Iraq fra le mani: esso è o sarà nelle mani delle gerarchie sciite e sunnite, che sono in grado di far desistere anche Al Sadr - una repubblica islamica, bel risultato dell'idiozia del Pentagono e dei suoi sostenitori europei. Né la Cecenia è in mano ai sequestratori di bambini: se Putin la lasciasse sarebbe una repubblica islamica diretta da Mashkadov. Riportiamo le cose al loro livello reale che è già abbastanza costernante. E va da sé che siamo perché gli stati trattino per la vita dei cittadini che non hanno saputo difendere dalle frange estremiste, ma soprattutto ritirino gli eserciti di occupazione, che non rappresentano il minor male come si va cianciando ma l'origine del disastro.

La verità è che nel Medio Oriente una partita si sta giocando fra due destre estreme e con mezzi e categorie che credevamo di avere alle spalle. Quando le Nazioni unite interdicevano la guerra come mezzo per risolvere ogni contenzioso internazionale, non si limitavano a predicare la mitezza, ma temevano con ragione che ogni nuova guerra, anche in presenza di mezzi distruttivi sempre più potenti, avrebbe suscitato incendi catastrofici. Cessato l'equilibrio degli armamenti che fungeva da deterrente, incombeva alla sola superpotenza rimasta in campo di vigilare su questo principio per garantire un ordine mondiale nel quale dipanare politicamente conflitti di interesse e risarcire ferite, che forse anch'essa avrebbe subito. Gli Usa di Bush ne hanno derivato invece che ormai erano padroni del mondo, e l'Europa delle sinistre li confermava in questa persuasione chiamandoli a intervenire contro la Jugoslavia nel pessimo contenzioso etnico, che essa non sapeva, né forse voleva risolvere con mezzi politici.

Da allora la scena mondiale non ha più né ordine né principi. Gli Usa hanno risposto ad un brutale attentato covato da potentati arabi che essi stessi avevano addestrato e usato, invadendo due paesi, uno dei quali non c'entrava niente ma del quale il giro di Bush da tempo ambiva il petrolio. E per questo fine hanno rotto le ossa alle Nazioni unite. Hanno mentito e attaccato. Ignoranti e razzisti pensavano di cavarsela con poco mentre hanno messo in fiamme il Medio Oriente moltiplicato i focolai di terrorismo e suscitato in Iraq una reazione diversa, incontrollabili e con estremismi incontrollati.

In vent'anni il mondo è arretrato di tre secoli, siamo tornati alle guerre di religione: Bush sventola il vessillo della trinità, Sharon quello di Jahvè, gli iracheni, i palestinesi, i ceceni quello di Allah. Sono le religioni del libro dietro le quali si coprono corposi interessi e fragili identità. L'occidente invade, massacra, privatizza guerre, soldati e mezzi di morte, cattura e tortura in nome di Cristo. Nel Medio Oriente e in Cecenia giovani e donne disperati si fanno esplodere in nome di Allah pur di trascinare il nemico nella morte.

Dal crollo dell'Urss siamo in un disordine mondiale mai immaginato. Lucio Colletti era da un pezzo polemico col comunismo quando si chiedeva a quali mostruosità però avrebbe dato luogo la caduta di una speranza di riscatto terreno, come erano state le lotte socialiste e comuniste. Se non sarebbe riemerso il furioso ciarpame nazionalista, etnico, religioso a coprire affari e giochi di potere nella confusione dei poveri e dei perdenti. Chi aveva scritto nella prima metà del `900 «Socialismo o barbarie» aveva ragione. E l'avevamo anche noi, Manifesto, quando siamo nati su due punti cardine: la critica al socialismo reale, che allora nessuno faceva, e il tener ferma quella bussola laica e marxista che aveva elevato il livello dello scontro e lo aveva civilizzato. Erano e siamo minoranze fin troppo lucide.

Certo non è comodo essere soli, è più confortevole cantare nel coro dolcificante dei media e dei dubbi della gente per bene. Si è accolti con entusiasmo. Ma affilare la ragione invece che le spade resta il nostro mestiere. Il resto lo lasciamo a Hungtinton, Fukujama e, ahimé, Calderoli.

04/09/2004

Le mille fidanzate di Allah

Da "Il Manifesto" del 3 settembre 2004

Chi sono le shahidki, «donne martiri» cecene, perché vanno a morire imbottite di esplosivo? In Cecenia solo le donne vanno a morire, e non sempre di propria volontà. Il fanatismo religioso c'entra poco, scrive la giornalista russa che ne ha ricostruito in un libro le storie personali di tragedia e morte
«Missione compiuta», dice l'uomo nell'auto. Ha appena azionato il meccanismo a distanza che ha fatto esplodere l'ordigno contenuto nella borsa della ragazza. Ride soddisfatto, spegne la videocamera. In quel momento non sa ancora che la ragazza è riuscita a sopravvivere

MARINA FORTI

Chi sono? Perché giovani cecene vanno a farsi esplodere in un teatro gremito o nella metropolitana di Mosca, o in un commissariato di polizia? Donne giovanissime, a volte con figli, per chi, o per cosa vanno a morire - e a seminare morte? Fanatismo religioso, si dice: le donne-kamikaze sono il ritrovato più impressionante delle frange più fondamentaliste del movimento islamico in Cecenia, la regione del Caucaso che sta precipitando in una nuova fase di una guerra ormai decennale. La religione però c'entra molto poco con la scelta di tante giovani cecene di farsi shahidki («donne martire»), come le chiamano i russi, dalla parola araba shahid che significa «martire». Le loro storie personali dicono altro: «Sono giunta alla conclusione che l'unica ragione che può spingerle a cercare la morte è una tragedia personale o una vita infelice», scrive la giornalista russa Julija Juzik: donne a cui non è rimasta scelta.

Per un anno, tra il 2002 e il 2003, Juzik ha percorso la Cecenia per capire da dove venivano le giovani che si erano fatte saltare in questo o quell'attentato, va a parlare con familiari o chi ne aveva condiviso gli ultimi mesi di vita, ricostruisce i passaggi che le hanno portate a diventare «martiri». Il risultato di questa indagine è un libro pubblicato a Mosca dall'editore Ultracultura (2003), Le fidanzate di Allah - l'edizione italiana, aggiornata alla primavera 2004, sarà pubblicata con lo stesso titolo dalla Manifestolibri (traduzione di R. Frediani, in libreria a ottobre).

Le kamikaze «sono state create ad arte», dichiara Juzik (in un'intervista citata nella prefazione all'edizione italiana). Osserva: nella storia delle guerre caucasiche, per centinaia di anni, «non c'era mai stato un ceceno - tantomeno una cecena - che si sia coperto di esplosivo»: combattevano, non facevano i martiri. In Russia si suole fare il parallelo tra Cecenia e Palestina, con terrorismo e attentati suicidi: anche in là ci sono donne kamikaze. Ma la differenza, oltre a tante circostanze storiche, è che «in Cecenia gli uomini non si fanno saltare in aria. Danno un valore troppo alto alle proprie vite. (...) In Cecenia muoiono solo le donne». E spesso, neppure di propria volontà...

Più dell'islam, nei destini di quelle ragazze conta una struttura sociale tradizionale in cui le donne sono sottomesse. «Sono donne la cui vita è stata distrutta, che non hanno futuro, che vanno a morire non per dimostrare la loro devozione ad Allah».

Allah compare, certo, nei video che ritraggono giovani velate di nero, bandana verde sulla fronte, occhi vitrei. La prima in assoluto, la diciassettenne Hava Baraeva, è stata trasformata in una leggenda. Era il giugno 2000. Un video la ritrae mentre dice: «Sorelle, è giunto il nostro momento! Dopo che i nemici hanno ucciso quasi tutti i nostri uomini, i nostri fratelli e mariti, solo a noi rimane il compito di vendicarli. (...) E non ci fermeremo neanche se per questo dovremo diventare martiri sulla via di Allah. Allah Akhbar», dio è grande. «Vendicarli»: così nasce il mito delle «vedove nere». Il video la mostra mentre sale su un camion, con viso ispirato, e si lancia contro un distaccamento di polizia speciale in un villaggio della Cecenia. L'immagine seguente mostra da lontano l'esplosione: lei andava a morire e «i suoi compagni stavano vigliaccamente tra i cespugli» a filmare. Hava, ricostruisce la giornalista russa, era cresciuta in affidamento a un uomo, un dirigente islamico indipendentista, di cui si è innamorata - anzi, completamente soggiogata. Molte giovani donne saranno soggiogate e tradite dagli uomini di cui si fidavano. Altre sono devastate dall'aver visto uccidere un uomo che amavano, i figli, la casa. Storie terribili (in questa pagina ne citiamo due). «Solo poche ragazze erano davvero credenti e praticanti; tutte le altre avevano un motivo personale, o semplicemente non avevano scelta». Il martirio? «In Russia le attentatrici cecene di solito non si uccidono da sole. Vengono fatte saltare in aria a distanza. Le uccidono da vigliacchi».

Nella sua indagine, Jilija Juzik raccoglie dettagli molto precisi sui campi di addestramento da cui sono arrivate le giovani andate a morire nel teatro di Mosca, primavera 2002: due villaggi di montagna di cui, scoprirà, la polizia speciale russa è perfettamente al corrente. Raccoglie informazioni su nuovi campi di addestramento. Nella prima edizione (russa) della sua indagine avvertiva: di là verranno le prossime «bombe viventi». Cita nomi, luoghi, «sapevo anche che i leader delle bande armate avevano ricevuto un ordine per l'invio di donne martiri» per azioni programmate tra la fine del 2003 e l'inizio del 2004, alla vigilia delle presidenziali russe: come poi è avvenuto.

Ma perché i servizi russi non le hanno fermate, si chiede? Descrive i «reclutatori» di future martiri: vanno in carca di «donne giovani nelle cui famiglia siano stati distrutti i legami familiari o di clan, o orfane di padre; di giovani donne sorelle o vedove di combattenti uccisi, di donne di famiglie molto religiose o wahabite. ...Coloro, prima di tutto, che non hanno nessuno che possa difenderle». Ma perché le forze speciali non fermano i reclutatori? «Vuol dire che questa guerra serve comunque ancora a qualcuno?».

04/09/2004

Da "Le fidanzate di Allah" di Julija Juzik, giornalista russa.

Da "Il Manifesto" del 3 settembre 2003

1.
Ajza, la vedova spinta all'odio  
Il 29 novembre (2001, ndr) Ajza Gazueva si cinse i fianchi di esplosivo e andò al comando militare. Passeggiando avanti e indietro nel suo vestito ampio e lungo fino ai piedi se ne rimase ad aspettare l'arrivo del comandante Gejdar Gadziev. Non appena la sua macchina si accostò, Ajza gli corse incontro. Gadziev era accompagnato dalla scorta e pensò che non ci fosse nulla da temere da una giovane donna: alcune passavano giornate intere sotto le finestre del comando ad esigere il rilascio dei mariti o dei figli arrestati. «Un attimo solo», gridò Ajza, facendosi largo tra gli uomini della scorta. E poi, l'esplosione. Uno schianto potente, fumo, grida, sangue. Ajza saltò in aria dilaniata in mille brandelli, alcuni uomini della scorta morirono sul colpo, Gadziev, ferito gravemente, fu trasportato di corsa in ospedale. Comunque, non riusciranno a salvarlo.(...) Ma che cosa aveva mai fatto Gadziev a questa bella ragazza per portarla al punto di non aver paura di rinunciare, pur di ucciderlo, alla propria vita? Quattro mesi prima il commissario militare della regione di Urus-Martan, che aveva condotto tremende zacistki (rastrellamenti, ndr) nel villaggio in cerca di wahhabiti armati, fece arrestare anche il marito di Ajza. Ajza e il marito avevano fatto in tempo a vivere insieme sì e no sette-otto mesi. Giovani, innamorati perdutamente l'uno dell'altra, non potevano vivere separati neanche un giorno. Ed ecco un'altra zacistka. Portano via Alihan, il marito di Ajza. In seguito gli stessi militari ammetteranno malvolentieri che, in effetti, lo avevano arrestato per errore. Alihan non aveva nessuna relazione con i wahhabiti. (...) Alihan fu picchiato selvaggiamente. Si accanirono su di lui al punto da ridurlo più morto che vivo. Ma era ancora vivo. Quello che successe poi, mi fu raccontato «in gran segreto» al Mvd (ministero dell'interno, ndr) della Repubblica della Cecenia. Fuori di sé, Gadziev dette l'ordine di far venire al comando la giovane moglie. Ajza vi fu condotta. Appena vide il marito, livido per le percosse ricevute, scoppiò in singhiozzi e si mise a supplicarli che lo rilasciassero. Ma Gadziev squarciò il ventre ad Alihan e, afferrata Ajza per i capelli, la spinse negli intestini squarciati. Lui morì davanti ai suoi occhi. Tra lamenti e spasmi spaventosi. Mentre lei, Ajza, vent'anni, intrisa del sangue del marito, non poté fare nulla. Sconvolta, Ajza per alcuni mesi cercò di sopravvivere a quanto le era accaduto. Senza risultato.

A questo c'è da aggiungere che qualche tempo prima era stato ucciso suo fratello.

(...) La madre (di Ajza, ndr) vive in Inguscezia, in un campo profughi. Lì i ceceni riescono perlomeno a guadagnarsi qualche copeco per sopravvivere. Ci vado, ma non la trovo. Trovo invece la sorella di Ajza, una bella ragazzina con le gambe lunghe, che non parla russo, e la zia Jahita. La miseria spunta da tutti gli angoli. La ragazza ha le calze bucate. Da mangiare, solo acqua e farina, con cui si ingegnano a preparare delle focacce. «Se sapeste, che dispiacere per la ragazza! - sospira la zia - Qualcuno si è approfittato del suo dolore, qualcuno le ha legato addosso l'esplosivo, l'ha spinta a fare quello che ha fatto. Dopo la morte di Alihan, suo marito, si era fatta terribilmente cupa. (...) Quando si fece saltare in aria, noi venimmo immediatamente a sapere il nome della persona che l'aveva convinta a compiere quel gesto. A quanto pare era spuntato fuori subito dopo la morte di Alihan, si era messo a cercare di convincerla a vendicare il marito. Le dava da leggere dei libriccini che parlavano di religione, la portava in quei posti dove dicono che si ritrovano quelle sventurate. Era piombato su di lei come un avvoltoio, quando si seppe come era stato ucciso Alihan. Evidentemente aveva capito che dopo quello che aveva passato sarebbe stata pronta a tutto».

2.
Zarema, sposa a tradimento
Pomeriggio, intorno alle 15. Un auto con due uomini e una ragazzina si aggira poco lontano dall'edificio della polizia di quartiere. «Al diavolo, non c'è ancora!». Circa un'ora dopo: «Oh, è arrivato, finalmente!». Il giovane si rivolge alla ragazza: «Tu, come va?». «Ho paura». «Stai tranquilla. E poi forza, sei coraggiosa, lo so che ce la fai. Dai! Non sentirai nulla: una puntura di zanzara e fine». Apre la portiera, dà alla ragazza una borsa pesante mentre l'altro nel frattempo tira fuori la videocamera. «Guarda di tenere la borsa solo sulla spalla, capito? Ti terrò d'occhio io, stai tranquilla: guarda solo di non toglierti la borsa dalla spalla!». «èamil... èamil ...». La ragazza sembra sul punto di scoppiare in lacrime. Ha uno sguardo strano. «Basta. Smettila. Vai». E la ragazza docile va verso l'edificio del ROVD (posto di polizia del quartiere, ndr). Entra. Sale per le scale. Cerca l'ufficio di Zaurbek Amranov. Infine, quando ormai dalla strada non è più possibile vederla, si toglie la borsa dalla spalla e la appoggia accanto a sé. Si ferma. Non sa cosa fare. Se torna indietro, la uccidono, e lei lo sa. Se si consegna alla polizia non si sa chi la ucciderà: questi o quegli altri. Farsi saltare in aria da sola? Ma...Nel corridoio del ROVD risuona uno schianto tremendo. Fumo, grida di donne. «Missione compiuta», dice l'uomo nell'auto. Ha appena azionato il meccanismo a distanza che ha fatto esplodere l'ordigno contenuto nella borsa della ragazza. Ride soddisfatto, spegne la videocamera. In quel momento non sa ancora che la ragazza è riuscita a sopravvivere, perché si è sfilata la borsa dalla spalla. Non sa ancora neanche che è vivo il suo nemico, quello che lui voleva uccidere con una «bomba vivente»: la ragazza infatti non era entrata nel suo ufficio. (...) Lei - Zarema, sedici anni - sopravvisse. La operarono ad un'anca, le estrassero un mucchio di frammenti ma quello che importa è che sopravvisse. E si mise a raccontare. «Tutto era cominciato molto prima. èamil Garibekov mi veniva dietro. Mi sorrideva, mi diceva che ero bella. Poi - questo succedeva a dicembre - io camminavo per la strada, la sua auto mi si ferma accanto, saltano fuori dei ragazzi e mi spingono dentro la macchina. (...) Poi mi portarono in un appartamento, dove vivevano altre tre ragazze. Questo mi spaventò. Le ragazze erano carine con me, ma avevano un'aria molto infelice. Si chiamavano: Asja, Aset e Elvira. Cominciai a dire a èamil che non mi volevo sposare, che bisognava avvisare la mamma, che non avevo portato niente con me. Dopo mi dettero da mangiare, e mi addormentai. Credo che avessero messo qualcosa nel cibo, perché cominciò a girarmi la testa, le braccia e le gambe si fecero pesanti e mi addormentai, anche se fino a quel momento non avevo per niente sonno. Mi sveglio e vedo che i miei vestiti sono già lì. Erano stati a casa mia, avevano detto che mi sposavo, e la mamma gli aveva dato tutto quello che le avevano chiesto. (...). I ragazzi erano sempre carichi di armi: mitra, pistole, granate. Il mio - èamil - lavorava nella polizia, per questo all'inizio non mi era neanche passato per la testa che fosse un wahhabita. Invece cominciò a darmi dei libri da leggere, di quelli dei wahhabiti. (...) Una volta èamil mi "offrì" al "capo", Halid Sedaev. L'indomani mattina Halid disse qualcosa di me a èamil. Dopodiché èamil venne da me, chiuse la porta e mi disse che aveva un compito importante per me: restituire una borsa ad un suo amico. Io capii immediatamente che c'era qualcosa di losco. (...) Eppure prima io ero innamorata di èamil, eppure prima lui flirtava con me, mi veniva dietro, io avevo pensato che fosse serio (...)».

Quando ci salutammo, Zarema di nascosto mi chiese: «Ti dispiace se ti telefono qualche volta? Sto così male, non ho neanche un'amica con cui parlare». (...) In seguito prese a chiamarmi a tarda notte. «Ciao. Non dormi?». «Dormivo», confesso sinceramente. «Io no. Sto così male, Julja», e nella cornetta risuonava il riso ubriaco di un uomo. Mi telefonava ogni volta da numeri di telefono diversi, ogni volta di notte, ed ogni volta accanto si sentiva il riso di un uomo. Zarema si prostituiva.
 
 

04/09/2004

Italiani a Nassiriya: «Ho visto i nostri bruciare le case»

 Da "Il manifesto" del 3 settembre 2004
Le testimonianze dei bersaglieri Tornati dall'Iraq, gli uomini della Brigata Garibaldi raccontano di violenze, abusi e furti compiuti da loro commilitoni contro la popolazione civile. «L'abbiamo riferito ai nostri superiori, ma non potevamo
fare denunce formali. Se lo avessimo fatto, la nostra carriera sarebbe finita»

ROBERTO SAVIANO

CASERTA
«In Iraq i nostri commilitoni si divertivano a circoscrivere le abitazioni di alcuni sospetti con la benzina, accendevano e guardavano il fuoco avvolgere la casa di quei poveri cristi che urlavano. Poi spegnevano e arrestavano questa gente. Ma nella maggior parte dei casi risultavano del tutto innocenti». Questi i racconti dei soldati appena tornati dopo oltre sei mesi passati in Iraq alla caserma Garibaldi nel cuore di Caserta. Gli uomini della Brigata Garibaldi hanno battuto ogni terreno di guerra: Somalia, Kosovo, Mozambico ed adesso l'Iraq. Incontriamo un gruppo di «reduci» in un bar dove quasi sempre si raccolgono i bersaglieri in libera uscita. Hanno finito il loro primo ciclo in Iraq. Torneranno li giù molto presto. Il caporale G.M. è il primo che vuole raccontare della sua esperienza. Parla con un espressione a metà tra la stanchezza e il disgusto: «Non dimenticheremo mai cosa abbiamo visto. Miseria totale, ragazzini che ti si attaccavano agli anfibi per una bottiglietta d'acqua, donne anziane che dormivano per terra con piaghe dappertutto». I militari sono stanchi ma anche sconvolti. Chiedono di non citare il loro nome ed aggiungono che «non è la prima volta che un bersagliere viene punito e messo sotto inchiesta perché parla con i giornali». Tutti hanno un ricordo terribile, ognuno ha assistito a scene di fame e malattia. Lo raccontano come se qui le persone non ne sapessero nulla. «Ai tg noi vediamo un altro Iraq. Quando racconto cosa ho visto mia madre mi dice, ma sei sicuro che sei stato in Iraq? Non capisco perché la televisione non dice niente, non fa vedere niente». «E' vero - aggiunge P.L. è l'unico in abiti borghesi - ai telegiornali non ho mai visto immagini di uomini che si muoiono di fame e di bambini che scavano per cercare di rompere qualche tubatura dell'acqua e bere. In Iraq ogni volta che ero di pattuglia ne vedevo centinaia di scene così».

Chiediamo se gli aiuti del volontariato internazionale riescono ad arrivare, se c'è una capillarità di distribuzione se gli Usa permettono che i pacchi umanitari arrivino ovunque. «Altro che aiuti - interviene F.L. - ho visto i marines entrare in case di sole donne. Mettevano i mitra in faccia alle donne e stringevano le manette ai polsi di ragazzini che non avevano più di 5 o 6 anni. Io ho foto di bambini messi faccia al muro come criminali, fatti inginocchiare, schiaffeggiati». Sulla combriccola cala silenzio. Non ha tutti evidentemente piace ricordare questi episodi, soprattutto davanti a un giornalista. F.L. è un maresciallo appena uscito dall'accademia di Modena. Vota a sinistra «forse sono l'unico bersagliere che vota a sinistra della caserma» dice sorridendo mentre i commilitoni lo prendono in giro. «E gli italiani?» «Degli italiani preferirei lasciar perdere...».

I bersaglieri invece vogliono parlare, basta poco per tirare il tappo e far uscire ciò che ingorga le loro coscienze da tempo. Gli altri ragazzi tacciono. F.L. e C.L. caporale maggiore iniziano a raccontare un episodio visto con i loro occhi. «Alcuni nostri commilitoni si divertivano a circondare le case di alcuni sospetti, dargli fuoco e guardare bruciare la casa. Poi spegnevano e arrestavano questa gente che risultava la maggior parte delle volte del tutto innocente». Gli domandiamo se hanno denunciato quanto hanno visto «In modo informale» risponde F.L. Che significa? «Che non risulta una mia denuncia formale - continua- ne ho parlato con i superiori e basta. Se avessi denunciato formalmente, la mia carriera sarebbe finita lì. Preferisco cambiare le cose da dentro e senza clamore. Ci tengo all'Esercito, io sono un bersagliere». P.E. dice che lui non ha visto mai violenze degli italiani e racconta: «Gli americani appena entrano in una casa pensano ad accanirsi su chi ci abita, gli italiani invece al massimo prendono tutto ciò che c'è da prendere. Un amico è riuscito a fregarsi due orologi e quattro spille d'oro». Eppure si vedono solo immagini di arresti in case di fango, in stamberghe, arresti di individui che non hanno altro che il proprio rinsecchito corpo. «Io dice C.L. ho fatto perquisizioni in case di ex dirigenti di polizia e di due imprenditori vicini a Saddam. Avevano in casa di tutto, orologi d'oro, dvd, televisori, lampadari di cristallo, un parco macchine da paura. Durante la caduta di Saddam avevano le guardie private che non facevano entrare i disperati e gli Usa non li arrestarono, i dirigenti non li arrestarono sperando che passassero dalla loro parte. Qualcuno l'ha fatto ma a suon di calci in pancia e sberle...». Anche gli italiani hanno pestato? «Io - risponde P.E.- non ho mai visto picchiare come ho visto fare ai marines nessun italiano. Mai». E aggiunge scherzando: «Neanche in Italia».

 

Da "Il Manifesto" del 4 settembre 2004 

«Senza legge a Nassiriya»
«Arrestavamo tutti, vecchi, donne, bambini per fare numero, per dimostrare che combattevamo i terroristi. Ma poi dovevamo star fermi, anche davanti al traffico di armi, per non provocare la guerriglia. Come quando venne Berlusconi». Il racconto dei militari della Garibaldi tornati dall'Iraq
ROBERTO SAVIANO

CASERTA
«Mi hanno addestrato a rispettare le persone. Io sono andato in Iraq per fare il mio dovere e il mio dovere non è arrestare ragazzini e mettere le manette ai polsi a vecchi signori che somigliano a mio nonno». E' arrabbiato il caporale della brigata Garibaldi che vuole rimanere anonimo per paura di ritorsioni, quasi gli salgono le lacrime agli occhi. «Ogni mattina ci dicevano di andare a sud e pattugliare. Col tempo e con i rimproveri e le punizioni abbiamo capito che se non tornavamo con un sostanzioso gruppo di fermati per noi non sarebbe stata vita facile in Iraq». Come venivano scelte le persone da arrestare?. «Entravamo in case dove non bisogna neanche sfondare la porta, basta spingerla con un dito per farla cadere. Non esisteva un criterio. Prendi quelli che ti capitano, se giovani uomini meglio, ma anche donne sole». Perché donne sole? «Se mogli, sorelle, madri di guerriglieri possono dare qualche informazione». «Io capisco l'arresto - dice N.F. bersagliere pugliese - perché i terroristi sicuramente sono gente normale, anche anziani magari, ma quello che non capisco sono i modi con cui li dobbiamo ammanettare, mettere il cappuccio contro i morsi, perquisire anche le donne che non nascondono nulla ed appena ti avvicini iniziano a piangere». Il bersagliere si ferma e si allontana, non vuol raccontare di più. Continua il caporale: «Quando li portiamo al comando questi non dicono nulla. l'interprete inventa tutto lui e questo lo posso assicurare perché sia uomini che donne che ragazzini davanti all'autorità militare rimangono pietrificati, zitti. Terrorizzati non dicono niente di niente, a stento il loro nome». Torture, violenze? «Mai. Né schiaffi, né pugni, niente. Non ho mai visto niente di tutto questo. Nessuna tortura, del resto si vede in faccia che questi non sanno niente. Li si arresta, li si fa stare inginocchiati per tutta la mattina con le mani legate dietro la schiena. Senza motivo. Gli ufficiali dicono che è la prassi. Io alla Garibaldi non ho avuto questo insegnamento».

«Bisogna capire - ricorda il caporale - che non è di nostra competenza arrestare e fermare gente. Ma serve. Serve agli alti ufficiali, serve a mostrare che teniamo sotto controllo il territorio, serve ai nostri superiori, ai tenenti che se ne stanno dietro il computer, serve per dimostrare che conosciamo i terroristi dell'intera provincia di Dhi Qar. Non è vero nulla. Qui il 90% della gente non ha neanche la forza di fare il terrorista, da qui passano i guerriglieri e le armi ma appena c'è un po' di movimento noi veniamo tolti di mezzo».

I ragazzi descrivono una situazione in cui appena c'è la possibilità di interrompere una reale operazione di guerriglia i superiori decidono di battere in ritirata. Un atteggiamento che piuttosto esser definito come sana scelta di prudenza sembra frutto di una precisa strategia politica decisa ad annullare il rischio perdite. «Io personalmente - dice C.L. caporal maggiore - avevo segnalato tempo fa sulla strada che porta a nord di Nassiryia dei camion sospetti, perché non avevano né il segno della mezzaluna né della croce rossa, e in più erano piccoli rispetto ai camion usati per gli aiuti. Ma ci fu impedito di intervenire». «Preferiscono farci stare tranquilli, però così ci esponiamo di più al terrorismo. Se stiamo fermi, se lasciamo agire prima o poi ci colpiranno, come hanno già fatto. Ma se non abbiamo la forza di contrastare la guerriglia non ci dovevano proprio far venire». Interviene l'anonimo caporale: «Io sparo per primo. Se vedo uno con un fucile non urlo di buttarlo a terra, io sparo. Noi diciamo sempre `meglio un cattivo processo che un buon funerale'. Ma qui ho imparato a stare attento, quelli che il comando dice essere terroristi e che quindi vai ad arrestare con il fuoco in pancia risultano essere dei poveracci, magari ex poliziotti o ex militari. Gente innocua».

«Quando è venuto Berlusconi a Nassiriya - continua l'anonimo caporale - ogni soldato aveva l'ordine di pattugliare, ma di non intervenire mai. Non arrestare, non rompere le palle a nessuno. Se tu non tocchi la guerriglia la guerriglia non tocca te. In quei giorni avemmo notizia anche di un passaggio di armi verso Tallil, rischiosissimo perché strategicamente è un nostro punto di forza, ma non intervenimmo, non bisognava infastidirli. I terroristi non avrebbero dato fastidio all'arrivo di Berlusconi se noi non davamo fastidio alle loro operazioni. E così è stato». I ragazzi sono rimasti sconvolti dall'attentato di Nassiriya. «Non dimenticherò mai», dice C.L. «Ho la foto di tutti i morti nel portafoglio», aggiunge il caporale. «Ma è ovvio - dice C.L. - che se continuiamo a stare fermi diventeremo bersaglio sempre più facile».

di MarcoP at 09:01:00 Commenta: