11/01/2004
Mente & Cervello - 2
Cognitivisti sull'orlo di una crisi di nervi Una risposta all'articolo di Francesco Ferretti, uscito ieri su queste pagine, che indicava nuovi orizzonti di ricerca nelle scienze cognitive. La revisione in corso è destinata a spingersi fino a riconoscere la dimensione pubblica della mente? Per ora non si direbbe MASSIMO DE CAROLIS - Il Manifesto del 10-1-2004Nel suo articolo uscito ieri su queste pagine con il titolo «E se lasciassimo a casa il cervello?» Francesco Ferretti ha illustrato in modo chiaro e avvincente gli sviluppi recenti delle scienze cognitive, che mettono oggi in primo piano le complesse interazioni fra la mente, il corpo e l'ambiente esterno, fino ad approdare, in autori come Clark o Dennett, a una concezione dell'uomo come natural-born cyborg, esatta antitesi di quell'idea di una mente solipsistica e disincarnata che sembrava guidare il programma cognitivista dei decenni scorsi. Di questo programma sono caduti ormai i capisaldi più popolari - a cominciare dall'ipotetica analogia tra la mente e una macchina di Turing, fino all'assunto che sia possibile studiare con profitto i processi mentali prescindendo dall'effettiva costituzione del cervello e dalle forme pratiche della sua interazione col mondo. Le critiche di sempre all'ortodossia cognitivista e alla sua concezione astratta della mente si sono quindi rivelate ben fondate, eppure - questa la conclusione di Ferretti - il cognitivismo gode di ottima salute, visto che i suoi ricercatori di punta hanno spostato da tempo il loro campo di ricerca proprio su quel terreno della «mente estesa», che gli si rinfacciava un tempo di ignorare. Conclusione ineccepibile, ma che ricorda troppo da vicino una battuta dei fratelli Marx: quella in cui un improbabile ministro della guerra, dopo aver illustrato una situazione disastrosa su tutti i fronti, conclude orgogliosamente il suo rapporto con la postilla: «Comunque ho già trovato una soluzione: sono passato al nemico». A questo punto, per evitare confusioni e paradossi, è il caso forse di dare un significato più preciso a termini come «cognitivismo» e «scienze cognitive», usati spesso in modo piuttosto promiscuo. Nella loro accezione più generica, queste espressioni possono indicare ogni tipo di ricerca che metta a profitto, in qualche modo, la duplice opportunità creata nell'ultimo mezzo secolo dalle nuove tecnologie: da un lato, quella di poter studiare «in vivo» i processi cognitivi nell'uomo come negli altri animali, dall'altro quella di poterne riprodurre sperimentalmente la dinamica su un supporto artificiale. In questo senso generico, il termine «cognitivismo» designa un insieme di discipline, metodi e competenze - ma, ovviamente, non un'opzione teorica o un preciso programma di ricerca. Voglio dire che i nuovi strumenti di ricerca restano validi e vitali anche se messi al servizio di una concezione dell'uomo più congeniale a Merleau-Ponty o a Heidegger che non a Minsky o Fodor. E, del resto, gli autori citati da Ferretti riprendono ad esempio apertamente un'impostazione come quella del connessionismo, che i cognitivisti più ortodossi hanno sempre respinto come la più dannosa delle eresie. È un bene, ovviamente, che queste vecchie polemiche siano oggi sepolte, ma faremmo solo confusione a rimuoverne troppo in fretta il ricordo. Esse attestano infatti che, accanto ai nuovi metodi sperimentali, si è chiamato «cognitivismo» nei decenni scorsi anche un progetto teorico e filosofico dai contorni più precisi, un'ortodossia appunto, che ha preteso di rivoluzionare la ricerca sull'uomo e sulla conoscenza in campo sia scientifico che filosofico, e ha proceduto in opposizione ai modelli filosofici correnti - quello ermeneutico come quello analitico - non risparmiando polemiche o anatemi. Il solipsismo metodologico e l'equazione tra mente e computer erano, notoriamente, tra le frecce di quest'arsenale polemico, per cui è lecito chiedersi: fin dove può spingersi la revisione interna di questa ortodossia, senza che questo equivalga a «passare al nemico», riconoscendo come sostanzialmente esaurito il proprio programma di ricerca? Personalmente, credo che la pietra di confine vada fatta coincidere con quella che, all'inizio del `900, si è chiamata «la questione dello psicologismo», il che ha il vantaggio di ampliare l'arco temporale e speculativo della discussione. Ogni cognitivista ortodosso, in altri termini, è in modo più o meno esplicito uno psicologista. È convinto, cioè, che la prestazione cognitiva più tipica dell'uomo, vale a dire la costituzione del senso, sia il frutto esclusivo delle sue attività mentali. Che, insomma, se le nostre azioni e le nostre parole hanno senso, è in virtù di qualcosa che accade nella nostra testa, nella mente/cervello - senza che occorra scomodare le convenzioni culturali, la tradizione storica o le dinamiche sociali e comunicative. Se si prescinde da questa opzione psicologista non si spiegano né la vis polemica del cognitivismo ortodosso, né la sua risonanza ben al di fuori dei confini della psicologia sperimentale. Con questa opzione, il cognitivismo ha allestito infatti una controrivoluzione su vasta scala, dal momento che la demolizione dello psicologismo era stata, a suo tempo, l'atto fondativo della filosofia del `900, condiviso a diverso titolo dai maestri della tradizione analitica, come Frege o Wittgenstein, e da quelli dell'ermeneutica, come Husserl o Heidegger. In tutti questi autori è centrale l'idea che il «senso» non possa prodursi se non chiamando in causa, oltre agli atti mentali, una dimensione pubblica e sovraindividuale che ne assicuri la comunicazione. Fedele all'uso hegeliano, Frege indica ancora questa dimensione con il termine spirito - un'espressione senza dubbio equivoca, ma che nella cultura tedesca e francese ha poco di spiritualista, e indica essenzialmente una razionalità sovraindividuale distinta dalla psiche, ciò che è oggi in questione in espressioni meno enfatiche come «sfera pubblica» o «sistema sociale». Da parte sua, il cognitivismo non ha motivo di distinguere spirito e psiche, e riattiva perciò l'antico termine cartesiano di «mente» - ma è chiaro che, se l'opzione psicologista dovesse entrare in crisi, l'uso disinvolto della vecchia terminologia metafisica in espressioni come «mente estesa» o «mente sociale» rischierebbe di comportare più equivoci e mitologemi di quanti ne abbia mai sognati lo spiritualismo. Ora, la domanda cruciale è: la revisione in corso nelle scienze cognitive è destinata a spingersi fino a questo confine? A riconoscere, cioè, che la dimensione propriamente umana - quella del senso delle parole e delle azioni - non è riconducibile ai soli atti mentali della psiche individuale, ma include strutturalmente il ricorso a una dimensione sociale e comunicativa relativamente distinta dalla mente/cervello? Credo che questo approdo sia difficilmente evitabile - ma, su questo tema, la discussione resta aperta. Anche ammesso però che l'ortodossia cognitivista sia realmente destinata a un rapido declino, concordo con Ferretti nel pensare che questa non sia affatto una tragedia. L'intera cultura europea, e non solo la filosofia, cerca da più di cent'anni di cogliere alla radice l'intreccio tra il piano psicologico e quello sociale, tra la dimensione privata e quella pubblica - finora senza troppo successo. Che i potenti mezzi delle scienze cognitive vengano in suo soccorso, è un'ottima notizia. Certo, questo riporta alla ribalta questioni di ordine politico ed esistenziale da cui, finora, i cognitivisti si erano tenuti prudentemente lontani - ma è davvero tanto grave se la scienza, per indagare la natura umana, è costretta a misurarsi apertamente con quella che un tempo si chiamava la condizione umana? Dopotutto, può darsi che i fratelli Marx avessero ragione e che «passare al nemico» sia realmente la soluzione più saggia.
09/01/2004
Mente & Cervello
Segnalo ai miei "colleghi di studi" questo articolo del Manifesto di oggi sul rapporto mente cervello e sugli sviluppi della ricerca scientifica e filosofica. L'articolo "e se lasciassimo a casa il cervello?" è riportato sotto in copia. Nei prossimi giorni cercherò integrazioni in rete... ;-)E se lasciassimo a casa il cervello? Dove sta la mente? Ecco una buona domanda per comprendere cosa essa sia. Posto così, l'interrogativo mette in discussione due dogmi dell'ortodossia cognitivista: l'idea di potere studiare la mente indipendentemente dal corpo. E l'idea che il mentale sia collocabile esclusivamente all'interno della nostra testa Due i punti decisivi destinati a aprire nuove prospettive di ricerca sulla natura umana: il recupero all'attenzione della dimensione corporea, e il fatto che noi creiamo l'ambiente tanto quanto l'ambiente crea noi. Il che rende davvero difficile stabilire dove la persona finisce e dove ha inizio il mondo FRANCESCO FERRETTI Il Manifesto del 9-1-2004 Hanno scelto voi, non potete tirarvi indietro. C'è da recuperare un sofisticato marchingegno costruito dai servizi segreti per scavare grotte sotterranee sino al centro della terra. Alla prima prova, come capita, il marchingegno si è bloccato a circa due chilometri dal suolo. Bisogna recuperarlo in tutta fretta. C'è un problema, però: la diavoleria meccanica emette radiazioni letali per il cervello, anche se, per fortuna (così vi dicono), non per il resto del corpo. Per recuperarla, dunque, vi asporteranno l'encefalo dalla scatola cranica, lo immergeranno in una vasca colma di una soluzione biologica in grado di mantenerlo in vita e lo collegheranno via radio a un computer in grado di mantenere tutte le connessioni con il corpo. In questo modo potrete scendere sin laggiù lasciando a casa il vostro cervello. Vi operano. L'intervento è ben riuscito e, con un certo orgoglio, vi conducono di fronte alla vasca: per la prima volta il vostro cervello e il vostro corpo sono l'uno di fronte all'altro. Ora, come descrivere fedelmente questa scena? Dove siete voi esattamente? Mentre è abbastanza facile collocare corpo e cervello in uno spazio-tempo determinati, la difficoltà sta nel situare il flusso dei vostri pensieri. Prendiamo il caso della percezione: come stabilire chi guarda cosa ? Daniel Dennett, cui dobbiamo questo esperimento mentale, ci invita a riflettere con attenzione alle possibili risposte al quesito: la prima, quella più intuitiva, è che davanti alla vasca sia legittimo pensare a qualcosa del tipo: «Eccomi qui intento a contemplare il mio cervello»; nondimeno, poiché ciò che sappiamo del mentale è che esso dipende dal funzionamento del cervello, una risposta più appropriata dovrebbe essere approssimativamente questa: «Eccomi qui, sospeso in un liquido pieno di bollicine, contemplato dai miei occhi». Perché, tuttavia, a dispetto di ciò che sappiamo, ci è così difficile vedere le cose in questo modo? L'aspetto teoricamente rilevante è che, a prescindere da ciò che si crede e si conosce, il punto di vista della situazione è sempre lì dove il corpo agisce e opera. E dove il corpo agisce e opera è fuori dalla vasca. Dove sta la mente? Ecco una buona domanda per comprendere cosa sia la mente. Per quanto inusuale in passato, tale domanda sta rivoluzionando l'approccio della scienza cognitiva allo studio del mentale. Ponendo la questione da questo particolare punto di vista, in effetti, è possibile mettere in discussione due veri e propri dogmi dell'ortodossia cognitivista: l'idea di potere studiare la mente indipendentemente dallo studio della corporeità; e l'idea che il mentale sia collocabile esclusivamente all'interno della testa degli individui. Queste due idee hanno profonde ripercussioni circa la natura della mente e, in ultima analisi, circa la questione della natura umana. Per quanto il cognitivismo abbia sempre cercato di superare l'opposizione cartesiana tra res cogitans e res extensa (raggiungendo anche notevoli risultati nella chiarificazione del problema) è innegabile che tale prospettiva teorica sia ancora pervasa da alcuni residui di dualismo. Il più evidente riguarda la pretesa autonomia del mentale dal supporto fisico che lo implementa. Letteralmente, il cognitivismo (il cui modello è la macchina di Turing) ha teorizzato una concezione «disincarnata» della psiche: la mente è come il software di un computer e, in quanto tale, essa deve essere analizzata a un livello di indagine diverso da quello che cattura la descrizione del funzionamento dell'hardware. Da questo punto di vista, l'hardware che implementa il software non è importante: se il software funziona, che l'hardware sia un computer piuttosto che un cervello non fa differenza. La psicologia è dunque autonoma dalla neuroscienza: non c'è alcun bisogno di studiare il cervello per capire come funziona la mente. Questa ipotesi si sposa con un altro aspetto caratterizzante l'ortodossia cognitivista: il solipsismo. In un articolo-manifesto scritto nel 1980, Jerry Fodor sostiene che per capire cosa sia la mente si deve guardare esclusivamente a ciò che avviene «nella testa» degli individui, facendo del tutto a meno delle relazioni tra individuo e ambiente esterno. Rispetto a tali considerazioni, l'esperimento mentale della scissione del cervello dal corpo ci impone di rivedere la questione dei rapporti tra mente, cervello e mondo. Ora, questa revisione passa inevitabilmente per un ripensamento del tema della corporeità - è alle menti «incarnate» che occorre prestare attenzione. Nel caso dell'esempio di Dennett, in effetti, è proprio la corporeità a far saltare le nostre opinioni correnti sul mentale: è il fatto che il corpo sia situato in uno spazio (dove si muove e opera, dove indaga e trasforma il mondo) a imporci di riconsiderare sotto una nuova luce la natura della mente umana. Questa prospettiva segna, in effetti, una svolta importante nelle scienze cognitive: il superamento del solipsismo, infatti, è qui affidato non solo al recupero del rapporto organismo-mondo, ma, ipotesi più forte, all'idea che la mente stessa sia un'entità che si «estende» verso l'esterno, ben oltre i limiti della scatola cranica. Andy Clark, direttore del Cognitive Science Program all'Indiana University, è un fervente sostenitore di questa ipotesi. Nel suo recente Natural-Born Cyborgs (Mit Press, 2003) egli sottolinea che la domanda circa «dove sia» la mente non può avere una risposta netta e definitiva. La difficoltà appare in tutta evidenza, ad esempio, nel caso degli studi sul rapporto tra corteccia cerebrale e movimento corporeo nelle scimmie. Miguel Nicolelis (Duke University, North Carolina), a tal fine, ha impiantato un circuito elettronico nella corteccia frontale di uno di questi animali e lo ha collegato a un computer capace di «interpretare» il codice dei comandi impartiti dal cervello agli arti per produrre il movimento. Negli esperimenti condotti al Mit Touch Lab (Boston) i segnali provenienti dal cervello della scimmia del North Carolina sono stati usati per controllare i movimenti del braccio di un robot posto a migliaia di chilometri di distanza. Qui, diversamente dal caso di Dennett, non è il cervello ad essere svincolato dalla scatola cranica ma è il corpo ad estendersi oltre i propri limiti biologici. Il punto tuttavia non cambia: come sostiene Clark, infatti, se si fornisce alla scimmia un sistema di retroazione capace di controllare gli effetti del suo agire a distanza, il risultato che si ottiene è il controllo del movimento del braccio del robot «incorporato nel cervello della scimmia». La profonda unità che, in questo modo, viene a instaurarsi tra mente, corpo e azione ha importanti ricadute rispetto al tema della natura umana: come sostiene Clark, infatti, noi siamo essenzialmente «agenti attivi e incorporati, non intelligenze disincarnate che semplicemente manipolano o animano i nostri corpi biologici». La connessione stretta tra «menti incarnate» e «menti estese» mette definitivamente fuori causa i residui dualistici dell'ortodossia cognitivista. L'idea della mente «estesa» è cara a Clark già dai tempi di Being There. Putting Brain, Body and World Together Again (efficacemente tradotto in italiano con Dare corpo alla mente), un libro del 1997 che può essere considerato un vero e proprio manifesto della revisione di alcuni concetti classici della scienza cognitiva. L'operazione di estensione della mente risponde a criteri metafisici di carattere generale: nel rispetto del «rasoio di Occam», chi si impegna in un progetto del genere lo fa innanzitutto per evitare di popolare la scatola cranica di presunte (e misteriose) entità interne. Estendere la mente verso l'esterno ha dunque lo scopo prioritario di impoverire il suo interno. Ora, come fa una mente così impoverita a risolvere i problemi cognitivi cui è chiamata a far fronte? La risposta di Clark è che l'ambiente esterno è di fatto esso stesso parte della soluzione del problema: il mondo è una sorta di «impalcatura» utilizzata dal cervello per alleggerire il carico computazionale dei processi mentali. Uno degli esempi proposti da Clark è quello del gioco dello «Scarabeo», in cui la riconfigurazione manuale degli elementi presenti sul tavolo (le tessere con le lettere) è parte integrante del processo cognitivo messo in atto per arrivare alla soluzione del problema: la manipolazione effettiva delle tessere è tanto importante quanto la ricerca della parola nel lessico mentale - non c'è in questo processo una distinzione netta tra ciò che è interno alla mente è ciò che è a essa esterno. Il caso estremo, in cui emerge con maggior forza il tema della natura umana, è rappresentato dal linguaggio. Dal punto di vista dei sostenitori della mente estesa, le parole sono «attrezzi esterni» che il bambino semplicemente incontra nel mondo (sono qualcosa in cui egli si imbatte). È Daniel Dennett a portare alle estreme conseguenze questa ipotesi: nel libro La coscienza (Rizzoli, 1993), ad esempio, egli sostiene che non ha senso pensare alla comprensione del linguaggio in riferimento a una pretesa intenzione del parlante che precede il dire effettivo. Dennett è tanto coerente quanto radicale su questo punto: «Nei casi normali il parlante non gode di nessuna anteprima; lui e il suo pubblico apprendono nello stesso tempo quali sono le parole pronunciate dal parlante. (...) Così noi siamo, almeno in quelle occasioni, sulla stessa barca dei nostri critici ed interpreti esterni, incontriamo un testo e cerchiamo di ricavarne la migliore lezione possibile. Il fatto che noi lo abbiamo detto gli dà una certa persuasività personale o almeno una presupposizione di autenticità. Se lo ho detto (...), probabilmente, intendevo dirlo, e probabilmente significa ciò che sembra significare - a me». Questo modo di intendere la questione ha ricadute importanti sul tema dei rapporti tra pensiero e linguaggio. Certo la radicalità del pensiero di Dennett non è esente da critiche e da difficoltà: la mia opinione personale è che una mente così impoverita nei suoi costituenti interni sia incapace di far fronte a tutti i problemi cognitivi. Ma qui la questione è un'altra. Il riferimento alla mente estesa segna da questo punto di vista un punto di non ritorno per la ricerca futura: l'ambiente (sociale e fisico) esterno è parte integrante della mente umana. Il recupero della dimensione corporea rappresenta, dunque, il vero punto di avvio di una nuova visione della mente e della natura umana. La corporeità, diversamente da quanto accaduto in passato, è oggi oggetto di una approfondita analisi teorica nelle scienze cognitive. Le tecnologie odierne hanno dato nuovo impulso a tale tipo di analisi: a livello biologico, ad esempio, sono oggi possibili interventi di «ibridazione» tra corpi che, solo pochi anni orsono, venivano considerati fantascientifici: transgenesi e chimerizzazione hanno dato vita a entità dai contorni confusi e indeterminati - «pecore-capre», «pecore-vacche» e altre diavolerie di questo tipo. Il caso più enigmatico, tuttavia, è sicuramente quello della ibridazione tra organico e inorganico. Si pensi, ad esempio, al trapianto eseguito da Yoshihico Kuwana delle antenne di una falena maschio su un microrobot (che d'istinto ha subito iniziato a seguire una falena femmina); oppure, al progetto di biologizzare l'inorganico messo in atto dal gruppo di ricerca di Valentino Braitenberg nel tentativo di ibridare un computer con i neuroni tratti dall'embrione di una rana. Al di là della condanna e dell'orrore che esperimenti di questo tipo possono suscitare, resta il fatto che casi come questi rendono pressante il problema di ripensare alla radice la questione della natura umana. Secondo Roberto Marchesini (Post-Human, Boringhieri, 2002) l'avvento del cyborg apre di fatto la strada a una condizione post-umana. Per Clark, tuttavia, non è necessario aprire scenari futuri per caratterizzare la natura umana in questo modo: la sua idea è infatti che, diversamente dagli altri animali, gli umani siano dei cyborg «naturali». La loro natura cyborg, in effetti, riguarda il loro essere entità che pensano e ragionano in primo luogo per il fatto che le loro menti sono costantemente dispiegate oltre i limiti della scatola cranica e del loro cervello. La vera particolarità degli umani e la caratteristica distintiva della loro intelligenza è infatti la capacità di entrare in relazione simbiotica con strumenti e artefatti esterni (primo fra tutti il linguaggio). Se il problema di cosa sia la mente deve riguardare l'interazione inscindibile tra cervelli materiali, corpi fisici e ambienti tecnologici e culturali, allora il punto decisivo da tener presente è che gli umani creano l'ambiente tanto quanto l'ambiente crea loro. È alla profonda unità di mente, corpo e ambiente che occorre dunque prestare attenzione per comprendere sino in fondo quali siano i tratti pertinenti della natura umana. Quando si guarda al tema in questo modo, diventa davvero difficile stabilire dove la persona finisce e dove ha inizio il mondo: ed è per questo che la domanda circa «dove sia» la mente risulta particolarmente efficace allo scopo di rispondere al quesito circa «cosa» essa sia. Le ipotesi di Clark appaiono promettenti per la ricerca futura sulla mente. Le critiche mosse alle scienze cognitive continuano a essere quelle di sempre: antibiologicismo e solipsismo. Queste critiche, per quanto colgano nel segno, sono fondate su un feticcio: un'idea di scienza cognitiva che non corrisponde a ciò che i filosofi della mente e gli scienziati cognitivi fanno oggi effettivamente. C'è ancora molta strada da percorrere, ovviamente, ma la ricerca va avanti con vigore. Per i necrologi c'è tempo: se, confidando nei pettegolezzi sulla fine prossima della scienza cognitiva, avete appena acquistato uno spazio su un quotidiano, avete buttato al vento il vostro denaro.
05/01/2004
La globalizzazione secondo Wal Mart
E' importante conoscere le modalità con cui si muovono le grandi multinazionali soprattutto quando influenzano il modo di vivere delle persone. Gli articoli che riporto sotto, pubblicati su Il Manifesto del 21,24, e 28 dicembre, sono un po' lunghi ma interessanti per aprire un dibattito su come sia possibile evitare forme di globalizzazione abnormi come quella descritta. Difficile? Impossibile? A voi la parola...da "il manifesto" del 21 Dicembre 2003 1. Il supermarket del predone Come un ipermercato ha cambiato la faccia degli Usa. Storia della Wal Mart: prezzi stracciati per impiegati stracciati. Dopo United fruit e McDonald's, il nuovo logo americano da battere LUCA CELADA La manifestazione si è tenuta al Century Plaza, l'albergo di Beverly Hills dove due mesi fa Arnold Schwarzenegger aveva festeggiato la sua elezione a goverenatore promettendo di srotolare in California il «tappeto rosso» per le imprese. L'occasione: un rally di solidarietà con i 70.000 lavoratori di supermercati californiani in sciopero dall'11 ottobre, quando sono stati sospesi i negoziati per il rinnovo del contratto a fronte della proposta di Safeway - una delle tre maggiori catene alimentari - di ridimensionare del 15% i contributi sanitari dei dipendendenti. Appena indetto lo sciopero, Albertson's e Ralphs, di proprietà del gruppo Kroger, hanno annunciato la serrata dei propri dipendenti, e così 70.000 commessi, cassieri e addetti alla manutenzione si sono ritrovati a picchettare i parcheggi di centinaia di supermemercati da Los Angeles a San Diego che, in previsione dello sciopero, avevano cominciato con largo anticipo a reclutare lavoratori «sostitutivi». Nella completa assenza di negozi alimentari indipendenti, in una città come Los Angeles fare la spesa significa andare al supermemercato, e il 90 per cento dei supermercati fanno capo ai tre maggiori gruppi: al di là di alcune piccole catene minori non ci sono alternative. Malgrado questo la solidarietà è stata sorprendente; soprattutto nelle prime settimane i parcheggi dei supermercati sono rimasti praticamente vuoti e il rispetto dei picchetti che il sindacato Ufcw ha organizzato davanti ad ogni negozio, quasi completo. Fin dall'inizio si è profilata una lotta a oltranza, i negoziati sono stati quasi subito interrotti malgrado il tentativo di mediazione federale e da allora procedono a singhiozzo. Le parti in causa si combattono a colpi di inserzioni a tutta pagina sui giornali in cui si scambiano accuse di ostruzionismo e irresponsabilità. Un contenzioso aspro, all'americana, senza ammortizzatori istituzionali; le direzioni dei supermarket giurano pubblicamente che non cederanno di un passo, i cartelli sventolati dai picchettanti raffigurano foto dei crumiri con nome e cognome delle centinaia di «sostituti» reclutati anche da stati vicini (per l'operazione è stata ingaggiata la Personnell Support Systems, famigerata società specializzata nel sabotare scioperi a pagamento) . Senza paga da 10 settimane gli impiegati, più della metà dei quali sono vittime della serrata, dipendono dalle collette sindacali, da casse di mutuo soccorso e dalle food bank in cui vengono distribuiti viveri e giocattoli per Natale. Ma ma le riserve sono ormai allo stremo. Per questo la solidarietà dei sindacati nazionali è stata accolta con tanto entusiasmo. Al rally un applauso particolarmente fragoroso ha accolto il reverendo Jim Lawson, 84 anni, veterano di molte campagne, compreso lo sciopero dei netturbini di Memphis nel 1968 a fianco di Martin Luther King (ucciso dopo essere intervenuto ad un comizio in loro favore), che ha ricordato quella lotta e invitato i lavoratori a prepararsi, come allora, ad azioni di disubbidienza civile. Al Beverly Plaza c'era anche una delegazione della Aftra, il sindacato dei tecnici cinetelevisivi (80.000 membri) e del Sag, quello degli attori di Hollywood (120.000 membri) guidata da Melissa Gilbert, già attrice de La casa della prateria e ora militante leader (di Schwarzenegger ha detto: «sarà il mio governatore ma io sono pur sempre la sua presidente!»), una rappresentanza dei teamsters - gli autotrasportatori - e una ventina di tatuatissimi centurioni in assetto da Hell's Angels su Harley Davidson, a seguito di due scintillanti autotreni Peterbilt (stile Duel). Soprattutto c'era John Sweeney, segretario nazionale della Afl -Cio, portatore di un contributo di 500.000 dollari alla cassa sciopero e della notizia dell'estensione del boicottaggio ai negozi della catena Safeway su tutto il territorio nazionale. Fra gli applausi Sweeney ha definito la lotta della Ucfw quella di tutto il movimento sindacale. «Rischiamo le conquiste di mezzo secolo di lotte», ha detto , «Los Angeles sarà la nostra ultima linea di difesa». Se lo sciopero sta assumendo toni da sfida finale è perché sulla vertenza incombe l'ombra dei Big Box, i «negozi scatolone», gli ipermercati dove si può comprare tutto, dalla mobilia ai pannolini, dai motocili all'abbigliamento, computer e alimentari che sono il paradigma del consumo postmoderno. Caso specifico la Wal Mart, assurta in due decenni ad esempio diagrammatico del nuovo retail, cioé della produzione, distribuzione e acquisto di beni di consumo su massiccia scala transazionale e in volume gigantesco. Con 2966 immensi megamercati negli Stati uniti e altre centinaia in trenta paesi del mondo, nell'ultimo anno fiscale Wal Mart ha fatturato 245 miliardi di dollari, ha incassato 8 miliardi di dollari di profitti ed è diventata oggi la maggiore corporation del mondo: grande tre volte la numero due del settore, Carrefour, ha un giro d'affari che il doppio di quello della General Electric, e otto volte quello della Microsoft. Una success story dell'era ultraliberista, modello di un capitalismo estremo. In virtù delle proprie dimensioni e delle proprie politiche commerciali, Wal Mart ha un impatto profondo sull'economia globale. Stando a un rapporto del McKinsley Global Institute ben il 4% della crescita economica americana dal 1995 al 1999 sarebbe riconducibile alla mega-corporation, e così pure il contenimento dell'andamento inflazionario nazionale, in virtù della sua politica di prezzi stracciati. «Regolato» al suo interno da un decreto centrale della compagnia che stabilisce condizioni microclimatiche uniformi in ognuno dei suoi supercenters, Wal Mart è un colosso talmente onnivoro da creare una sua sfera macroeconomica, dalla determinazione dei prezzi all'ingrosso di beni e materie alla fluttuazione di costi e salari al flusso di manodopera sul mercato internazionale. Creato da Sam Walton come negozio di quartiere nel suo paese natale di Bentonville in Arkansas nel 1950, Wal Mart è cresciuto in modo costante, dapprima lentamente aprendo negozi soprattutto nel sud e nel midwest, poi esponenzialmente creando il concetto di meganegozi. Sin dall'inizio Walton adotta la filosfia dello sconto estremo, come strumento di predazione sulla concorrenza. Invece di accontentarsi di vendere prodotti per un prezzo lievemente inferiore a quello della concorrenza intascando il guadagno derivante dalla differenza col prezzo all'ingrosso, il fondatore di Wal Mart crede nell'abbassamento del prezzo fino appena al di sopra la soglia della perdita, compensando il minor guadagno col volume delle vendite. Una politica della terra bruciata che ha funzionato splendidamente; premiato dal fallimento della concorrenza a livello locale la catena ha dato la scalata al mondo. Oggi l'«effetto Wal Mart» incute il terrore in concorrenti, città e addirittura paesi, come ha rilevato di recente il Los Angeles Times in una dettagliata inchiesta. Le ripercussioni socioeconomiche dell'apertura di un supercenter, negozi da 20.000 metri quadri, sulla circostante comunità sono state ampiamente documentate da dettagliati studi scientifici. La prima conseguenza è solitamente il fallimento degli altri altri negozi nel raggio di diversi chilometri, con conseguente drastica perdita di posti di lavoro. Allo stesso tempo un Wal Mart di lavoro ne crea, ma si tratta di impieghi sottopagati, fino a metà dei salari della concorrenza , al punto che la stessa società sconsiglia di cercare di «mantenere una famiglia con un solo stipendio Wal Mart». E' possibile invece lavorare a tempo pieno per la società guadagnando così poco da poter legalmente percepire sussidi statali: «Sono i working poor, spiega Kent Wong, direttore del centro studi sindacali dell'università della California, «di cui Wal Mart è una vera fabbrica». Come gli shopping center hanno fagocitato i negozi di quartiere ancorando comunque un certo numero di piccoli imprenditori attorno alle grosse catene commerciali, Wal Mart inghiotte interi centri commerciali e ogni impresa annessa, creando istantanei monopoli locali e diventando l'unico datore di lavoro di una classe sottopagata e precaria di impiegati, che a loro volta per necessità e per semplice mancanza di alternativa si convertono in clienti. Non a caso Wal Mart predilige quartieri poveri e disagiati, che hanno il doppio vantaggio di offrire ottimi serbatoi di mano d'opera a basso costo e una fonte sicura di consumatori costretti a cercare il miglior prezzo. Il modello dipende dall'assoluta e continua riduzione di prezzi e costi, una religione a cui sono tenuti a convertitrsi gli impiegati (il termine ufficialmente utilizzato dall'azienda è associates, più o meno fra il partner il collega). Per ottenere continue riduzioni Wal Mart è diventato, come ha evidenziato il Los Angeles Times, un protagonista assoluto della globalizzazione economica. (24-12-2003 Il Manifesto) 2. Wal-Martirizzati di tutto il mondo La precarietà si estende dall'Arkansas al Bangladesh. Cestinato il Made in Usa, il colosso di Bentonville che odia i sindacati, sempre a caccia di bassi costi si spinge oltre i confini , ed esporta nel mondo il modello della terra bruciata. Ma la resistenza glocal è cominciata LUCA CELADA LOS ANGELES Sam Walton si riteneva un vero ideologo del commercio di massa e abbinava ( è deceduto nel 1998) le proprie idee manageriali aun filosofia patriottarda per cui si proclamava paladino della american way of life nella sua accezione più schietta e campagnola. Per sua volontà gli sterminati parcheggi dei suoi negozi sono aperti a chi vi vuole passare la notte in camper e quindi frequentati da contingenti di nomadi part-time, i cosiddetti RVers , che sono circa 5 milioni in tutto il paese e costituiscono anche un ghiotto target commerciale. Compatriota di Bill Clinton e incline alla formulazione di massime di sapore populista, a un certo punto si era proclamato difensore a oltranza del made in USA. La filosofia però non è durata. Negli anni `90 la ricerca di forniture a prezzi sempre più bassi ha portato l'azienda a varcare in modo crescente i confini nazionali. Gran parte dei prodotti venduti oggi da Wal Mart sono fabbricati, assemblati o usano materiali prodotti in paesi in via di sviluppo. Lo stesso si potrebbe dire della maggior parte dei beni di consumo venduti oggi nel mondo occidentale ma Wal Mart è stato un fautore accanito di questo modello, e soprattutto gestisce un volume di merci sufficiente a imporlo. Per diventare uno dei 10.000 fornitori della società e aggiudicarsi così gigantesche ordinazioni, bisogna sottostare a inflessibili richieste di costi bassi, così bassi da rendere impossibile l'uso di mano d'opera occidentale. Dunque molte fabbriche che vendono a Wal Mart sono state fra le prima a traslocare in posti come l'Honduras, il Messico, il Bangladesh e naturalmente in Cina, dove 3000 aziende hanno fornito a Wal Mart 12 miliardi di dollari di prodotti solo lo scorso anno (oltre al fatto che in Cina la compagnia ha inaugurato anche diversi supernegozi) . Ma l'azienda di Bentonville fa di più e contratta direttamente con aziende preferibilmente nelle zone a sviluppo economico speciale, come Shenzhen e Zhuhai, imponendo sempre i propri prezzi ed eliminando gli intermediari. Il volume gestito dall'azienda è tale che alcuni governi come quello del Bangladesh, paese che esporta negli Usa per un valore di $1,9 miliardi (il 14% dei quali verso Wal Mart), hanno inviato emissari diplomatici a trattare direttamente col quartier generale in Arkansas, quasi si trattasse di una nazione sovrana, giungendo al punto di costruire o ammodernare infrastrutture come il porto mercantile di Chittagong su esplicita richiesta del management. L'abbassamento continuo dei costi che la compagnia esige si ripercuote poi sulle condizioni di lavoro, i salari dei lavoratori dei fornitori e quelli dei concorrenti, creando un clima di costante e spietata concorrenza che fa il gioco di Wal Mart. La precarietà in generale, che sia quella del fornitore tessile a Dakka o quella dell'impiegato in Arkansas (o degli stessi dirigenti spinti a competere in efficientismo) favorisce Wal Mart secondo la legge spietata di un capitalismo rapace. Anche per questo c'è un ulteriore anatema nel decalogo di Bentonville: la sindacalizzazione. In un rito vagamente scientology ogni impiegato al momento dell'assunzione è tenuto a visionare un video in cui un sedicente «collega» spiega perché i sindacati sono nocivi per il morale, per il benessere dell'azienda e conseguentemente per il bene della comunità che, se fosse costretta a sottostare alle esorbitanti richieste dei sindacati, non potrebbe più godere dei prezzi scontati. In parte la forza di Wal Mart dipende da quella che Robert Reich, ex ministro del lavoro di Clinton, definisce l'assuefazione occidentale alla fornitura massiccia di beni di consumo sottocosto, che si tratti di spazzolini elettrici costruiti a Shanghai o benzina estratta in Medioriente grazie a un benevolo assetto geopolitico che mantiene artificialmente bassi i prezzi delle materie di «prima necessità». In quest'ambito Wal Mart tutela semplicemente, secondo la dottrina attualmente prevalente i propri interessi «ovunque essi si trovino». Così facendo, i giganti, impersonali scatoloni dei supercentri, veri buchi neri urbanistici, creano un circostante cratere economico in cui nulla sopravvive. Non è un caso che uno dei principali gruppi di militanza anti-Wal Mart abbia scelto di chiamarsi sprawl busters (www.sprawl-busters.com) con riferimento al modello urbano promosso dagli ipermercati, cioè un amorfo tessuto residenziale inframmezzato da centri nodali preposti al consumo, massicce monoculture commerciali. «Sono aberrazioni capaci di sventrare una comunità e lasciarla in brandelli», mi ha detto Melissa Gilbert durante il corteo degli scioperanti Ufcw (United Food and Commercial Workers). «Una volta decimati i salari e annientati i piccoli negozi indipendenti, ti rimane una vasta massa di lavoratori precari e sottopagati e sparisce quindi la base fiscale in grado si sostenere la comunità». In questo senso Wal Mart è lo strumento di un' accelerazione liberista e una radicalizzazione sociale in cui, con le offerte del mese, vengoni liquidate anche sanità, servizi sociali e welfare in nome di un trickle-down reaganista secondo cui l'incremento del potere d'acquisto delle famiglie è rappresentato dai saldi. Ora l'onda d'urto è arrivata in California dove Wal Mart progamma di aprire 40 supercenters entro il 2004. Ognuno è una bomba economica per il lavoratori del sindacato dei Food Workers, visto che comprendono supermercati alimentari i cui dipendenti sono pagati la metà dell'attuale media sindacale. In altri termini, ai supermercati tradizionali è virtualmente assicurato lo stesso destino delle 25 catene di supermercati americane che hanno già dovuto chiudere o dichiarare bancarotta a seguito dell'apertura di un Wal Mart nel loro mercato. Gli impiegati del settore, coi loro salari di $19 l'ora, pensione e cassa mutua, sono esponenti di una classe blue collar relativamente privilegiata, frutto di 4 decenni di lotte e vertenze combattute negli anni di espansione industriale, A Los Angeles questa è stata legata prima allo sviluppo metalmeccanico, che ha importato migliaia di lavoratori dell'auto, e poi a quella dell'industria aerospaziale e della difesa, sulla cui stabilità è stata costruita gran parte della middle class della città. Una classe lavoratrice media in grado di ritagliarsi un relativo benessere e a propria volta sostenere fiscalmente servizi pubblici adeguati . Era «l'effetto GM» nei tempi in cui le fabbriche di stampo fordista erano la base di stabilità sociale. Per cui la General Motors poteva vantarsi, con il famoso motto, che «ciò che aiuta la GM aiuta l'America». L'opposto dell'effetto Wal Mart, che nell'era della deregulation e delle maquiladoras è succeduta alla GM come azienda simbolo. «Il nuovo modello economico commerciale» spiega Wong, della University of California Los Angeles (Ucla), «si fonda sull'annientamento della middle class lavoratrice e la creazione di una società a `due piani' con una vasta calsse di sottolavoratori». Nell'era del precariato le condizioni sindacali dei supermercati sono quindi un anacronismo, soprattutto con le truppe di Wal Mart ammassate al confine col Nevada e la disoccupazione endemica nei ceti «etnici». Basta un quarto d'ora passato al centro di reclutamento di Ralphs a Compton, quartiere nero-ispanico fra i più poveri della cittè, per vedere, malgrado i picchetti, entrare una dozzina di giovani di colore con in mano i moduli per la domanda d'impiego. Il primo supercenter californiano dovrebbe essere quello di Inglewood, storico quartiere della LA afroamericana. Una comunità ai margini della sfera economica della città, e sulla prima linea della crisi da sottolavoro, che ha cercato di incentivare le piccole imprese ma che ora vede profilarsi il trattamento Wal Mart: monocoltura, sottolavoro, omogeneizzazione in basso. Qui si è formata una coalizione per bloccare l'arrivo della catena, epressione di un nuovo movimento trasversale che vuole impedire l'ulteriore espansione del modello. «La gente comincia a capire che un Wal Mart rappresenta la fine delle aspirazioni dei loro genitori, quelli che su un impiego hanno costruito una famiglia, una casa, mandato i figli all'università», dice la reverenda Altagracia Perez della Los Angeles Alliance for a New Economy. «Comincia così a organizzare la resistenza. E' una decisione di lotta ma anche morale». La coalizione ha spinto il consiglio municipale a esaminare una delibera che impedisca l'apertura di mega negozi sul territorio cittadino. Abituata alle battaglie politiche locali, Wal Mart ha aggirato il consiglio, raccogliendo firme sufficienti a indire un referendum sulla questione e mascherandola da iniziativa per l'incentivazione economica. La coalizione si è rivolta al tribunale amministrativo per bloccare il voto. Nel mirino di Wal Mart sono soprattutto città e quartieri più disagiati e vulnerabili, dove è possibile arruolare anche organizzazioni tradizionalment progressiste come la Urban League, che da decenni si batte per l'avanzamento economico nei quartieri afroamericani di Los Angeles come quello di Crenshaw, che a dieci anni di distanza stenta ancora a riprendersi dagli effetti delle rivolte del `92. «Non era certo la nostra prima scelta», afferma il presidente John Mack, «ma dopo anni di degrado, trascurati da tutti, abbiamo dovuto ammettere che un Wal Mart era meglio di niente». Ora nel centro commerciale della zona campeggia un Wal Mart, un ettaro di emporio della bassa qualità su tre piani dove si aggirano 300 impiegati con l'identica uniforme blu recante la scritta «come possiamo servirvi?». Ma non tutti si rassegnano, l'opposizione politica e popolare in California, uno degli ultimi stati non ancora «colonizzati» sta crescendo. La città di Los Angeles ha all'esame un decreto che impedirebbe l'apertura di centri commerciali al di sopra dei 16000 metri quadri senza previa analisi dell'impatto economico sull'area. Una legge simile è stata approvata a Oakland. «Si tratta di importanti battaglie glocal» , afferma una rappresentante della coalizione a un comizio anti-Wal Mart a Inglewood, «ma sostanzialmente sono scaramucce di retroguardia. La battaglia può essere vinta solo con la sindacalizzazione di tuttta la forza lavoro di Wal Mart». Con 1.200,000 impiegati in America e altri 800.000 previsti entro due anni, e un'amministrazione politica fortemente favorevole alle imprese, non sarà compito facile. 2-continua (28-12-2003 Il Manifesto) 3. Wal Mart e le catene d'Europa I sindacati europei del commercio hanno già preso posizione contro il colosso americano del commercio, che tuttavia si è già espanso alla grande e comunque è in buona compagnia nel cercare di stracciare, insieme ai prezzi, le protezioni sociali dei lavoratori europei ANDREA ROCCO «Wal-Mart? No, Grazie!». Lo scorso maggio a Stoccolma i sindacati europei del commercio (Uni Euro Commerce) hanno approvato una risoluzione durissima contro il colosso americano della grande distribuzione. «Il gigante del dettaglio dell'Arkansas - vi si legge - a casa sua, negli Usa, è conosciuto come un pessimo datore di lavoro, che ha costruito la sua competitività su bassi salari e la negazione dei più basilari benefici per i lavoratori, e per far questo si è impegnato in primo luogo a tenere fuori il sindacato dai luoghi di lavoro... La Commissione Europea e le autorità anti-trust americane dovrebbero esaminare urgentemente gli effetti provocati da Wal-Mart sulla società, la concorrenza, i consumatori e i lavoratori. Andrebbe analizzato se ci si trova di fronte ad una posizione dominante che minaccia la libera concorrenza e se non ci sia la necessità di imporre il frazionamento di Wal-Mart». Il «Gigante dell'Arkansas» ha già 95 ipermercati in Germania, frutto di due acquisizioni, ed è la quarta catena di ipermercati tedesca. In Gran Bretagna Wal-Mart opera attraverso la catena Asda (265 supermercati) acquisita nel 1999, ed ha intenzione di espandersi in altri Paesi (soprattutto a Est). Ma non è solo Wal-Mart a tentare di scardinare il sistema di protezioni sociali dei lavoratori europei. Corte Inglès, la più grande catena al dettaglio iberica, nell'agosto del 2003 è stata condannata per comportamento anti-sindacale dal tribunale di Madrid, poiché aveva licenziato due attivisti sindacali. Corte Inglès ha creato un sindacato giallo per il settore del commercio e lo ha «gentilmente offerto» anche alla concorrenza: Auchan, il gruppo francese, lo ha fatto entrare nei suoi punti vendita spagnoli, mentre ha escluso dal tavolo della trattative i delegati eletti nelle liste della Ugt e delle Comisiones Obreras. Il colosso tedesco Metro ha avuto invece la sua quota di guai in Turchia, dove ha tentato a più riprese di distruggere il sindacato Tez-Koop-IS.Le pratiche anti-sindacali, relativamente nuove in Europa occidentale, si intrecciano con le grandi manovre tendenzialmente orientate verso una concentrazione della proprietà su scala continentale. I supermercati e le altre strutture "self-service" sono arrivati in Europa negli anni `60, alcuni decenni dopo la loro nascita negli Stati uniti, alcuni fondati da americani (Selfridge's e Safeway in Gran Bretagna). All'epoca esistevano norme che impedivano «guerre dei prezzi» contro i piccoli negozi che i nuovi supermercati si impegnarono a far abolire. Il Parlamento inglese nel 1964 abolisce il «Retail Price Maintenance» dando via libera all'affermarsi delle grandi catene di supermercati. In questi ultimi anni il panorama europeo della grande distribuzione si è da un lato fortemente integrato, con strutture che operano in numerosi Paesi europei, dall'altro ha viaggiato rapidamente verso una progressiva concentrazione. Così Tesco (inglese) ha punti vendita in Regno Unito, Irlanda e Francia, Lidl (tedesca) è presente praticamente in tutti i Paesi dell'Europa occidentale e in Scandinavia, Netto (danese) opera anche in Germania, Regno Unito e Svezia, Auchan (francese) controlla il gruppo Upim-La Rinascente-Sma in Italia e opera anche in Spagna, Portogallo e Lussemburgo. L'espansione di questi gruppi si è realizzata attraverso acquisizioni di catene più piccole o fusioni tra catene di pari forza. Una delle battaglie più grosse è quella, ancora in corso, per il controllo dei 480 supermercati Safeway in Gran Bretagna. Catena nata a inizio secolo in Idaho, e sbarcata a Londra nel 1962. Dopo il fallimentare tentativo di lanciare una carta fedeltà, Safeway diventa una possibile «preda» degli altri grandi gruppi di supermercati. In corsa sono Sainsbury, Tesco, Morrison's e Asda. Asda è, di fatto, Wal-Mart. Nella battaglia interviene anche il sindacato dei lavoratori del commercio, cercando di sbarrare la strada a Wal-Mart. Interviene anche la Commissione Concorrenza del governo inglese, vengono bloccati i tentativi di Tesco, Asda, Sainsbury (le tre catene maggiori) e data via libera a Morrison che comunque dovrà vedersela con un'altra offerta e con l'obbligo, a operazione conclusa, di vendere 53 dei 480 supermercati , per non trovarsi in «posizione dominante» in alcune aree. Il «modello americano» di rapporto tra vita e consumo, tra territorio e strutture di vendita (oltre che tra lavoro e diritti) ha incontrato ostacoli e difficoltà ad affermarsi in Europa Occidentale. Solo a metà degli anni `80 ad esempio è passata l'idea dello shopping «24 ore su 24» e dell'apertura di alcuni punti vendita la domenica. Ancora più delicata è la questione del modello di uso del territorio che dovrebbe essere imposta dalla «walmartizzazione». L'idea del «Big Box», del supernegozio-scatolone piazzato in un deserto urbanistico è difficilmente praticabile, per ovvie ragioni di spazio fisico e di sedimenti storici del territorio europeo. Semmai il modello di sviluppo (che c'è stato e che prosegue) della Grande Distribuzione in Europa è quello del recupero di aree industriali alla funzione commerciale. Emblematico, in Italia, il caso di Genova, dove la Val Polcevera, cuore industriale della città, della sua classe operaia (e tuttora roccaforte elettorale della sinistra cittadina) si è trasformata in un enorme emporio a cielo aperto: Carrefour, Metro, Ikea, Mercatone Uno, Ipercoop hanno aperto nel giro di pochi anni, quasi tutte in edifici ex-industriali, creando non pochi problemi di mobilità e di traffico nei quartieri popolari di Rivarolo, Cornigliano e Bolzaneto e la morìa di piccoli negozi in centro. Ma dove sembra passare il modello Usa è in Europa dell'Est, paradossalmente più omogenea alle condizioni di sviluppo americane delle origini: grandi distanze, spazi suburbani da valorizzare, scarsi controlli, bisogno di creare occupazione quali che siano gli standard sociali e retributivi. Non a caso Tesco ha aperto ipermercati in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e ha raddoppiato l'anno scorso la sua presenza in Polonia. La tedesca Rewe opera in Repubblica Ceca (e ha già dato il via alla demolizione dei contratti collettivi di lavoro) ed è in forte espansione in Ucraina (aprirà di 5-7 ipermercati all'anno per i prossimi 5 anni), considerata una delle «terre promesse» per i supermercati del futuro. L'altra, più vicina a casa, è quella delle patrie galere: nel 1999 Tesco, Safeway e Sainsbury si sono affrontati in una gara per la gestione di 103 «supermercati di prigione» inglesi: in palio le 10 sterline al giorno che ogni prigioniero deve spendere in generi alimentari, detersivi e dentifrici. Una clientela molto facilmente «fidelizzabile», direbbero i guru del marketing. 3-fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 21 e il 24 dicembre
05/01/2004
Parabole!
Vi segnalo, come lettura settimanale-domenicale, questi brevi interventi di Adriana Zarri sul Manifesto. Questa volta, per farvi inquadrare il personaggio, vi posto alcuni interventi sull'esimio ministro della repubblica il "padanissimo"... lo stesso che ha assistito impassibile agli insulti razzisti al cestista Carlton Myers a Varese. ;-(Parabole da "Il Manifesto" del 30-12-2003 ADRIANA ZARRI Secondo Bossi i preti cattolici son mille volte peggiori dei fascisti. E perché mai? Perché, istigati dalla Caritas, ottengono «quattrini per adeguare le abitazioni ad uso degli immigrati che stanno collocando in tutti i paesi». Sempre al dire del leghista padano «siamo di fronte ad un'occupazione coloniale gestita dalle organizzazioni caritatevoli che, quatte quatte, stanno distruggendo la nostra terra, secondo la loro ideologia». Un'ideologia assurda perché «quello dell'immigrazione non è un diritto. Il diritto è quello dei residenti che vedono i loro territori calpestati e distrutti dall'immigrazione». Dopo aver insultato, tempo addietro, i «vescovoni» ora Bossi se la prende con i «pretoni» (a quando i «paponi»?) che «sono diventati imprenditori e affaristi» sempre per aiutare «gli invasori». A questo quadro delle loro attività i preti cattolici ringraziano. Ne ultra crepidam Ma siamo appena all'inizio. Dopo questa filippica ai pretoni che si permettono di aiutare gli immigrati (cioè di fare il loro preciso dovere) Bossi parte all'attacco del Concilio (s'intende il Vaticano II perché il Vaticano I, con certe sue dichiarazioni assolutiste - lette come può leggerle Bossi, con assoluta incompetenza - probabilmente gli sta bene). Invece il Vaticano II «legittimò la creazione dell'asse portante marxista e materialista», tanto che «oggi siamo al punto che il sacramento della Confessione» (la maiuscola è di Bossi che probabilmente non si confessa, anche se ne avrebbe bisogno, ma ripara all'omissione con una tronfia maiuscolatura) «è ridotta a una sorta di psicanalisi marxista». E ancora: «La chiesa ha legittimato la sinistra con i Paolo VI e i Giovani XXIII» (ma quanti elogi fa Bossi, mentre insulta!) «Il problema è che se tu legittimi il comunismo poi questo figlia. E cosa odia il comunismo? La famiglia e la proprietà privata (un altro mezzo elogio). Speriamo, conclude il nostro pseudoteologo «che la Chiesa ritorni alle sue tradizioni, a san Tommaso e ai suoi dogmi». Non mi risulta che Tommaso abbia definito dogmi ma, da un politico, che s'improvvisa dottore della chiesa, non si può pretendere che sappia troppa teologia. Si può però pretendere che taccia e non vada al di là delle sue competenze: ne ultra crepidam. Richiesta Siamo ancora in Padania. Il movimento universitario leghista ha fatto una pia richiesta al rettore dell'università di Bergamo: inserisca nel bilancio dell'ateneo uno stanziamento per l'acquisto di crocifissi da appendere alle pareti. Qui il crocifisso è minuscolo non so se per errore di trascrizione o (tutto è possibile) se lo si ritenga meno importante di quella confessione enfaticamente maiuscolata. Secondo i devoti studenti il crocifisso «è simbolo di valori cristiani, ultimo baluardo di fronte al fondamentalismo»; ed è più facile, aggiungiamo noi, appenderlo ad un muro che portarlo nel cuore e seguirne i precetti. Forse è per questo che i leghisti - che certo non lo seguono - lo appendono a un muro e ne fanno un «baluardo». Valdesi Sto cercando una buona notizia per rifarmi la bocca, dopo tanto indigesto leghismo; e la trovo presso i valdesi (non che di buone notizie non ce ne siano anche presso i cattolici, ma cediamo il passo ai nostri fratelli protestanti: «eretici» forse direbbe Bossi; ma dove comincia l'eresia?). I valdesi hanno rese note le destinazioni dell'otto per mille confluito nelle loro casse. Una consistente cifra è andata per l'assistenza ai rifugiati, migranti e nomadi (prenda nota la Lega!), altri fondi per sanità, diritti umani assistenza e sviluppo sociale, cultura, pace e via dicendo: un elenco molto sociale e poco devozionale. Inoltre, anche questi «pretoni», benché «eretici», hanno subito l'influenza del concilio cattolico, il che significa che sono eretici due volte.