28/09/2003
L’Italia elettrica nel terzo millennio
Era la notte bianca di Roma, in gemellaggio con Parigi… si è trasformata nella “notte in bianco” per molti genitori con i figli fuori nella notte romana del “tutto aperto”. Alle 3.40 circa a spegnere la luce della festosa notte romana ci hanno pensato, nell’ordine, un blackout che si scoprirà poi nazionale ed un forte temporale; ad aumentare l’ansia di chi era a casa al buio la totale mancanza di notizie, anche avendo i mezzi per riceverle.Questa notte possiamo dire di aver vagamente provato (certo qui non sono cadute le bombe né siamo stati ostaggio di un decennale embargo) quello che la coalizione anglo-americana ha imposto all’Iraq: il ritorno al medioevo. Nelle nostre case occidentali improvvisamente non funziona più nulla; tutte le tecnologie utilizzate sono, in un modo o nell’altro, legate all’elettricità quindi niente luce niente TV, radio, ascensori, benzina, semafori, treni, autoclavi etc. I fortunati, o i previdenti, si sono ritrovati in casa delle candele ed una vecchia radio con le batterie cariche e sono diventati centro di smistamento informazioni per parenti e conoscenti piombati nel buio della notte. Ma anche per l’informazione dobbiamo registrare il legame della nostra civiltà con l’elettricità perché, se è vero che molte radio hanno continuato a trasmettere con i gruppi elettrogeni, la carenza di informazioni sull’accaduto è stata completa. Gli speaker di RadioRai2 hanno coraggiosamente cercato di sdrammatizzare una situazione che le telefonate degli ascoltatori evidenziavano come di completa paralisi del paese: Napoli, Torino, Bologna, Roma, Salerno… una dopo l’altra la lista delle città oscurate si andava ad allungare fino a chiarire che il blackout era completo! Le prime notizie “ufficiali” giungono dal radio-giornale delle 5AM, giusto due parole che confermano quello che già avevamo capito, aggiungono che non si ha idea del cosa abbia generato la paralisi e non forniscono nessuna indicazione su come comportarsi. Per sapere che è opportuno non uscire di casa, per non creare traffico che potrebbe bloccare eventuali soccorsi ed invitare ad un uso parsimonioso della rete telefonica bisogna attendere le 7 di mattina, tre ore abbondanti dopo il distacco. In Italia è tutto fermo, una intera civiltà piombata improvvisamente nel buio e senza indicazioni sul comportamento da tenere. Non si salva neanche internet, ovviamente… alla disperata ricerca di informazioni che gli speaker radio non possono dare proviamo a collegarci usando il notebook, che ha la batteria carica ed alimenta il modem ADSL via USB. Risultato? Siti inesorabilmente irraggiungibili (Repubblica.it tra gli altri), quei pochi che rispondono non sono ovviamente aggiornati, Ansa e ADN-Kronos desolatamente mute; troviamo una breve news che ci conferma la situazione di blocco nazionale (sono le 4.45) sul sito RaiNews24, poi stacchiamo tutto per risparmiare la batteria e restamo in ascolto della radiolina comunicando ai nostri in strada quanto scoperto via sms e chiamate su cellulare. Già, perché inaspettatamente la rete telefonica in questo crollo tecnologico è l’unica cosa che ha retto, sia la vecchia POTS analogica che le nuove reti digitali su cavo ed il GSM! Alcune osservazioni personali 1. La dipendenza della nostra civiltà dall’energia elettrica è pressochè totale 2. La gestione nazionale del sistema rete elettrica si è rivelata assolutamente carente 3. Dichiarazioni a caldo di alcuni esponenti di area governativa hanno subito perorato la costruzione di altre centrali, senza assolutamente attendere l’accertamento della dinamica del blocco, verificatosi peraltro in ore notturne ed in assoluta assenza di picchi di consumo. Questa è l’unica cosa che un responsabile del gestore rete trasmissione nazionale GRTN ha dichiarato alla prima intervista: i grafici del consumo di energia erano assolutamente al di sotto dei consumi considerati critici. Perché allora qualcuno chiede nuove centrali? Per completezza di informazione dobbiamo dire che anche il Presidente della Repubblica, ore dopo, ha rilasciato una dichiarazione invocando l’avvio immediato della costruzione di nuove centrali elettriche ma non solo. Da Repubblica.it: "Non si può rallentare - aggiunge Ciampi - la costruzione di nuove centrali, con metodi tradizionali, e anche di piccole centrali con sistemi alternativi, e occorre curare, possibilmente al meglio, la nostra rete di distribuzione che giustamente è stata unificata". Possibile che a nessuno interessino le dichiarazioni di esperti e le ricerche che dimostrano che il problema non è nella carenza di produzione ma nella gestione dell’energia prodotta? E possibile che a nessuno della cosiddetta opposizione venga in mente che l’occasione sarebbe quella giusta per spingere un discorso di risparmio energetico, autoproduzione e diversificazione delle fonti? Tutte cose banalmente possibili, prima di gettarsi nella costruzione di ulteriori megacentrali ambientalmente poco ecosostenibili… ma sembra che l’intelligenza e la lungimiranza politica ormai non dimorino più in Italia. :-(
21/09/2003
Contro i brevetti software
Vi invito a firmare la petizione a sostegno della campagna contro i brevetti software europei.
05/09/2003
Black out 2
Produci localmente distribuisci globalmente? Un modello che non tiene. Come è possibile vedere dall’analisi fatta da Franco Carlini nel suo articolo “il blackout dell’energia all’ingrosso” (Il Manifesto del 2 settembre) una delle cause dei recenti guasti negli USA è dovuta proprio al loro modello di distribuzione decentrata e contrattazione dell’energia. In sostanza con le privatizzazioni la loro rete di distribuzione non è stata più aggiornata, mentre veniva sempre più applicato un modello incentrato proprio sull’acquisto di energia “dove costa meno” e sul suo trasferimento nella zona di consumo. Il modello di produzione “sostenibile” invece comporta esattamente il contrario ossia che l’energia venga prodotta e consumata localmente e che sia generata da fonti diversificate ed eco-compatibili (per quanto possibile ovviamente). Questo significa generare con fotovoltaico, fuell cell (idrogeno) eolico e quant’altro, ma soprattutto iniziare ad applicare una logica di produzione distribuita.| Non molti sanno infatti che da qualche anno è possibile autoprodurre la propria energia elettrica vendendo il surplus all’Ente elettrico di zona, così come è pressappoco sconosciuto un sistema di produzione integrata elettricità-calore di realizzazione italiana (Centro ricerche Fiat): TOTEM Total Energy Module, creatura dell’ing. Palazzetti in cui si ribaltano alcuni concetti energetici. |
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Quel Totem nascosto in cantina Un coup de théâtre. Cosa c'è di meglio per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica? All'inizio del semestre italiano di presidenza dell'Unione europea, il ministro dell'ambiente Altero Matteoli, con il conforto del ministro dell'Industria Antonio Marzano, ha riunito informalmente i suoi colleghi europei a Montecatini per fare due chiacchiere sui problemi energetici e ambientali. E il secondo giorno ha tirato fuori dal cappello un ossimoro e una novità vecchia di 30 anni: il carbone pulito (una pallida imitazione del ghiaccio bollente e della tintarella di luna dei primi anni Sessanta, solo che quelli erano giochi e questa vorrebbe essere una cosa seria) e la micro-cogenerazione. Che è una cosa seria, ma rischia, per come è stata presentata, di diventare uno scherzo. Il giorno dopo su tutti i giornali la notizia è stata presentata come il «fai da te dell'energia» (caspita che coordinamento!). Dal minimo comune multiplo del bricolage, ogni giornalista se l'è poi farcita con la sua salsa: c'è chi l'ha messa sui tetti delle case (impianti da 350 kW a 2 MW, ma qualcuno ha idea di cosa significa?) e chi, tagliando un «co» (un semplice «co», che sarà mai?), senza rendersi conto di ciò che faceva, l'ha derubricata a microgenerazione. È proprio il caso di dirlo: la co-generazione, chi era costei? E la micro-cogenerazione, che sembra uno scioglilingua? Ne abbiamo parlato con una persona che se ne intende, l'ingegner Mario Palazzetti, una sorta di Archimede Pitagorico della tecnologia applicata alla riduzione dell'impatto ambientale (molti dei suoi 80 brevetti sono di tecnologie non energivore e non inquinanti), che con queste credenziali non poteva trovare ascolto nel nostro sistema industriale, per il quale il solo fine delle innovazioni di processo è di accrescere la produttività tagliando posti di lavoro e il solo fine delle innovazioni di prodotto è di accrescere la dipendenza umana da oggetti sempre più banali. A Palazzetti per molti anni è stata assegnata la responsabilità dei sistemi termotecnici del Centro Ricerche Fiat, dove ha avuto risorse economiche, capi e collaboratori di grande qualità, ma l'invenzione della micro-cogenerazione l'aveva fatta trent'anni fa eppure non solo non è mai stata utilizzata (dato reale), ma è stata tenuta accuratamente nascosta come accadeva coi figli della colpa (dato fortemente sospetto). «Nella primavera del 1973 - risponde Palazzetti a queste mie considerazioni - qualche mese prima che scoppiasse la prima crisi energetica in seguito alla guerra del Kippur, il gruppo di lavoro che coordinavo realizzò il primo micro-cogeneratore, che battezzammo Totem: Total energy module. La nostra iniziativa si collocava nel clima culturale suscitato dalla pubblicazione del rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo. In quel periodo in Fiat si confrontavano due linee strategiche sui problemi energetici. C'era chi puntava sulla tecnologia nucleare e chi sulle fonti alternative. Noi eravamo al di fuori di entrambe le logiche perché ritenevamo che fosse più importante, sia per l'ambiente, sia per lo sviluppo tecnologico e industriale, porre l'attenzione non sulle fonti, ma sull'efficienza energetica. Partivamo dal presupposto che dovunque si accenda un fuoco, una civiltà tecnologicamente evoluta non può limitarsi a utilizzarne il calore, poiché prima se ne può sfruttare la capacità di sviluppare una potenza motrice e dopo, quando la sua temperatura si è abbassata e non è più in grado di svolgere un lavoro, si può utilizzare per usi termici il calore residuo. La co-generazione è quindi la generazione contemporanea di energia meccanica, che viene trasformata in energia elettrica mediante un alternatore, e di energia termica da un unico processo di combustione». «Il Totem - continua Palazzetti - utilizzava un motore da 903 centimetri cubi alimentato a gas naturale, o a biogas, per far girare un alternatore che sviluppava una potenza elettrica di 15 kW. Quanto basta al fabbisogno medio di una ventina di appartamenti. Contemporaneamente, recuperando il calore dei gas di scarico e quello sviluppato dal motore, erogava 33.500 chilocalorie all'ora, sufficienti a riscaldare tre piccoli alloggi. Utilizzando 105 unità di energia primaria questo piccolo cogeneratore forniva 100 unità di energia derivata: 28 di elettricità e 72 di calore. Per ottenere gli stessi risultati a una centrale elettrica ne occorrevano 84 e a una caldaia a gas 100: in totale 184. Quasi un raddoppio dell'efficienza. O, se preferisci, un dimezzamento dei consumi di fonti fossili (e delle emissioni di CO2) a parità di servizi all'utenza. Il Totem è stato prodotto dalla Fiat in quantità insignificanti fino al 1980. Poi è stato ceduto a un'altra azienda e dopo altri passaggi di mano è tuttora in produzione, ma non è mai diventato l'alternativa di massa alle caldaie negli impianti di riscaldamento domestici. In pratica si può dire che non è mai esistito come prodotto industriale». La scorsa estate ho fatto un corso di aggiornamento all'Energie und Umweltzentrum (Centro per l'energia e l'ambiente) di Springe, un ecovillaggio vicino ad Hannover, fondato alla fine degli anni Settanta. Lì, tra le tante cose che ho imparato, ho saputo che il Totem è stato il primo micro-cogeneratore ad essere stato progettato e prodotto. Un primato che, mettiamola in termini economici e non ecologici, avrebbe potuto consentire all'azienda che lo produceva di acquisire una posizione leader non solo sul mercato italiano, ma europeo. Oggi in Germania, in tutte le strutture che ho visitato durante il corso di aggiornamento, la riduzione al minimo delle emissioni di CO2 viene perseguita adottando un mix di tecnologie di efficienza energetica e fonti alternative variabile a seconda delle caratteristiche climatiche del luogo. L'unico elemento costante, che ho trovato dappertutto, è l'inserimento di un co-generatore nel mix. Ne ho visti da 6 kW elettrici (meno della metà del Totem) in piccoli gruppi di abitazioni private (ma ce ne sono anche da 3 kW, alimentati da motori a due tempi), ne ho visto uno da 100 kW in una fabbrica di pannelli solari termici a zero emissioni di CO2, ne ho visti due azionati da motori marini alimentati dal biogas sviluppato dalla fermentazione dei rifiuti organici nella discarica di Hannover. La cogenerazione è quindi una tecnologia molto versatile, che si presta ad essere applicata in situazioni e con taglie molto diverse. In Italia, prima dell'attuale riscoperta tardiva della micro-cogenerazione diffusa (per ora proclamata a parole, staremo a vedere se seguiranno i fatti) sono stati realizzati solo pochi grandi impianti abbinati a centrali termoelettriche, tant'è che nella vulgata comune di «chi se ne intende» la cogenerazione è diventata sinonimo di teleriscaldamento. «La differenza tra il teleriscaldamento e la micro-cogenerazione diffusa non è nella grandezza dell'impianto - spiega Palazzetti - ma è qualitativa. Nelle centrali termoelettriche si produce calore ad alta temperatura per far girare le turbine collegate agli alternatori che producono energia elettrica. Per riutilizzare l'energia termica degradata che si recupera come sottoprodotto, occorre trasportarla a distanza costruendo un'apposita rete di tubi sotterranei che hanno costi d'investimento molto alti, mentre la riutilizzazione del calore avviene solo nei mesi invernali. Negli altri mesi si continua a sprecarlo, per cui il vantaggio ambientale è limitato. Invece la micro-cogenerazione diffusa sostituisce gli impianti di riscaldamento e il `sottoprodotto' è l'energia elettrica, che si può utilizzare direttamente e/o riversare in rete senza costi d'investimento perché la rete elettrica già esiste. Quindi non ci sono mai sprechi». In effetti, in Germania gli impianti di micro-cogenerazione sono collegati alla rete così che possono riversavi i loro chilowattora nelle fasce orarie in cui la domanda totale di energia elettrica è più alta. La cessione in quelle ore è incentivata da prezzi convenienti perché in questo modo si riduce la necessità di costruire nuove centrali. Nelle altre ore gli autoproduttori consumano in proprio i chilowattora che producono, oppure spengono l'impianto. Tra i guadagni derivanti dalla vendita e i risparmi sull'acquisto di energia elettrica, i micro-cogeneratori ripagano i loro costi d'investimento in tempi accettati dal mercato, senza sovvenzioni. E, a parità di costi, contribuiscono a ridurre le emissioni di CO2 ben più delle fonti alternative. Al contrario, in Italia lo sviluppo della micro-cogenerazione diffusa è stato bloccato dagli ostacoli frapposti dall'Enel all'allacciamento alla rete, in particolare dalla predisposizione di contratti di cessione non remunerativi. L'importanza dell'inversione di rotta annunciata a Montecatini è evidenziata dalle dimensioni del programma: da 10 a 12 mila MW di potenza. L'equivalente di 15 nuove centrali da 800 MW, il 20 per cento dell'attuale potenza installata in Italia, ottenuto usando meglio il combustibile che già oggi si brucia nelle caldaie degli impianti di riscaldamento. Senza incrementare le emissioni di CO2 e senza cementificare altro territorio naturale. Ma se stanno facendo sul serio, perché vincolare l'inizio del programma con la predisposizione di una normativa che consenta di non allacciare gli impianti di co-generazione diffusa alla rete? Perché limitare la taglia minima a 350 kW, quando si può scendere a potenze molto inferiori, che possono penetrare in tutte le pieghe del sistema, fino al riscaldamento domestico? Per Palazzetti l'importanza strategica di questa inversione di tendenza, se si realizzerà, è tale da far passare in secondo piano i limiti, che tuttavia non sottovaluta. «Dai resoconti giornalistici non si capisce bene se il distacco dalla rete sarà una possibilità o una condizione vincolante. Nel primo caso si tratterebbe di un elemento di flessibilità in più. Nel secondo di una limitazione che potrebbe disincentivare gli investimenti nella micro-cogenerazione e, quindi, ostacolare la realizzazione del programma. Molto più grave mi sembra la chiusura nei confronti di impianti inferiori ai 350 kW. Ciò significa che il target cui si rivolge il ministero dell'ambiente è costituito dalla grande distribuzione e dalla media industria, escludendo le abitazioni, che non solo rappresentano una fascia rilevante dei consumi energetici, ma con la diffusione a macchia d'olio dei condizionatori stanno fornendo quegli incrementi alla domanda di energia elettrica nei mesi estivi che hanno causato il recente black out e rischiano di causarne altri. In questo settore possono invece trovare l'applicazione più interessante i recenti sviluppi tecnologici della cogenerazione in trigenerazione, cioè in impianti che nei mesi estivi possono sostituire la produzione di energia termica con l'azionamento del compressore di un condizionatore, in modo da rinfrescare gli ambienti senza accrescere la domanda di energia elettrica». Per produrre cogeneratori e trigeneratori occorrono la stessa tecnologia, gli stessi impianti e le stesse professionalità che occorro per produrre le automobili. Invece di far finta di credere che la nostra industria automobilistica possa tornare agli antichi splendori aumentando la flessibilità e riducendo l'occupazione, non sarebbe meglio riconvertirla in parte nella produzione di queste nuove macchine? A partire dalle taglie più piccole per favorirne una diffusione di massa? Win win dice il ministro. Se dalle parole si passerà ai fatti, sulle orme di Dumas si potrà aggiungere: Trent'anni dopo. Maurizio Pallante
01/09/2003
Sperare nel blackout?
Nell'articolo "il governo spera nel blackout" su il Manifesto del 29 agosto 2003 si trova una segnalazione molto interessante che merita di essere approfondita.L'articolo riporta infatti la dichiarazione di un ingegnere Enea che afferma: «Ma con una gestione diversa della stessa potenza che abbiamo in Italia i blackout non ci sarebbero e non avremmo neppure bisogno di importare energia dall'estero».
Di più, si scopre che ci sono centrali per altri 20.000Mw che non producono a costi competitivi e quindi restano spente.
Qualcuno sta forzando una scelta energetica di rilancio della costruzione di nuove centrali a scapito di altre forme di gestione dell'energia?
Il dubbio resta impresso nella mente anche perchè, cercando riscontri a questa notizia in altri quotidiani, si nota subito l'orientamento mirante a "spaventare" il cittadino consumatore di energia indicando, neanche tanto velatamente, che la soluzione è solo nella costruzione di nuove centrali.
A dire il vero nei giornali di orientamento "progressista" si trovano vaghi cenni di risparmio energetico, miglioramento dei consumi (chi di noi non ha fatto quest'estate l'esperienza di entrare in un negozio con l'aria condizionata a palla e... la porta aperta?) e pure indicazioni di fonti alternative di produzione energetica.
Ma tutto resta confinato in vaghi articoli dal sapore folcloristico.. Un quadro più completo della situazione possiamo farcelo leggendo questo ed il dossier "sole e vento contro il nucleare".
Ed allora i dubbi di forzatura verso certe scelte si fanno quasi certezza.
Ma cosa possiamo farci noi educatori?
Molto, o molto poco dipende.
Percorsi sull'energia ne sono stati fatti a iosa nelle nostre scuole, come pure campagne per il risparmio energetico però... l'esempio che viene da noi va nella direzione opposta.
Nei laboratori luci sempre accese, anche in assenza di classe, PC spesso accesi anche loro, per non parlare dei riscaldamenti a palla e delle finestre aperte per compensare visto che non ci è possibile controllare la temperatura interno/esterno.
E questi sono solo alcuni esempi.
Qui Paolo degli Espinosa indica delle strade ma in realtà sta veramente a noi, come educatori, iniziare a percorrerle nelle nostre scuole, da subito.
01/09/2003
Doppio taglio
Dal Manifesto del 28-8-03GIORGIO LUNGHINI Un problema dovrebbe essere messo all'ordine del giorno se è davvero un problema, e quello delle pensioni non lo è. Con la riforma Dini alcune iniquità sono state rese impossibili e l'equilibrio finanziario è stato garantito per un periodo non breve.
Dei vincoli di bilancio dovrebbero occuparsi le imprese; ma dei propri bilanci, che non sono affatto in ordine. Circa i vincoli di bilancio macroeconomici, al taglio delle pensioni e in generale dei servizi sociali c'è pur sempre l'alternativa di un prelievo fiscale progressivo a carico di chi problemi pensionistici non ha.
Dunque devono esserci altre ragioni per mettere le pensioni al primo posto nell'agenda economica del governo. Le ragioni si intendono facilmente, se si riflette sulle due giustificazioni che vengono addotte per una riforma (per un taglio) delle pensioni.
La prima è una mozione degli affetti: l'equità intergenerazionale. In quanto mozione degli affetti, potrebbe respingerla soltanto Erode. In quanto ragionamento economico, non tiene.
Come aveva spiegato Keynes, è molto difficile decidere se sia corretto e ragionevole chiamare la generazione vivente a restringere il suo consumo in modo da stabilire, nel corso del tempo, uno stato di benessere per le generazioni future.
E come aveva notato Solow, coloro che ritengono prioritario non infliggere povertà al futuro dovrebbero spiegare perché non attribuiscono analoga priorità alla riduzione della povertà oggi.
Keynes e Solow non sono dei comunisti, soltanto dei grandi economisti.
Se si vuole che le condizioni economiche e sociali dei nostri figli e nipoti siano almeno pari alle nostre, occorre migliorare quelle dei giovani, non peggiorare quelle dei vecchi.
Questo vuole dire aumentare i salari per i giovani che entrano nel mondo del lavoro e renderne meno incerti e precari i percorsi lavorativi.
È l'esatto opposto di quanto è stato fatto negli ultimi anni, e chi lo ha fatto o consentito non ha titolo alcuno per invocarel'equità intergenerazionale.
A ciò si potrebbe obiettare che bassi salari e alta flessibilità del lavoro sono condizione necessaria e sufficiente per fare crescere la competitività e dunque il prodotto interno lordo.
La teoria economica e la storia economica recente mostrano che ciò non è vero, e che bassi salari e precarietà del lavoro sono invece condizione comoda e sufficiente per uno spostamento della distribuzione del reddito dai salari ai profitti e alle rendite.
La prima giustificazione della riforma delle pensioni (l'equità intergenerazionale) si lega dunque alla seconda, assai più robusta e infatti non dichiarata: la riforma delle pensioni deve servire, direttamente e senza sentimentalismi, a spostare risorse verso le imprese, tacitamente suggerendo che queste ne faranno buon uso a favore di tutti, compresi i lavoratori.
Abbiamo certezze teoriche e pratiche circa l'efficacia universale di questa auspicata politica di austerità a senso unico? No, non ne abbiamo.
Basta, di nuovo, leggere i dati sulla diminuzione della quota dei salari sul prodotto interno lordo negli ultimi anni.
Questa diminuzione avrebbe dovuto accompagnarsi a una crescita della competitività e del prodotto lordo. È accaduto il contrario.
L'unica certezza è che un passaggio dalla previdenza pubblica alle assicurazioni private esporrà i pensionati italiani ai rischi già sperimentati dai pensionati americani e inglesi.
Il problema delle pensioni è soltanto un aspetto del conflitto distributivo, che ieri si manifestava prevalentemente tra occupati eimprese, oggi tra pensionati, precari e disoccupati da una parte e imprese dall'altra.
È dunque nell'agenda della opposizione che il problema delle pensioni va messo al primo posto, per evitare che la maggioranza, con la sua soluzione del non problema, prenda due piccioni con una fava: più profitti, più rendite e un ulteriore indebolimento dell'opposizione.
