29/08/2003
11 settembre, due anni dopo...
.. le ultime parole delle vittime delle torri gemelle ora pubblicate, nonostante il parere negativo dei familiari, grazie ad una sentenza del magistrato.Con tutto il dovuto rispetto... quando avremo la possibilità di leggere le parole delle persone normali che muoiono nel resto del mondo per fame, guerre, guerriglie, malattie e i mille altri problemi che il nostro occidente continua a voler ignorare?
Qualcuno poco + di 2000 anni fa disse che gli uomini sono tutti uguali... lo ricordiamo ancora? 8-(
19/08/2003
Logica e concetti, il cuore del sapere informatico
L'inutilità dell'«alfabetizzazione» per insegnare gesti banali e la contaminazione tra campi del sapere F. C.Da "ILManifesto" del 10 agosto 2003
Se i computer e l'Internet sono in mezzo a noi per restarci, come normali utensili della vita quotidiana di relazione e di lavoro, quale alfabetizzazione è necessaria per usarli al meglio?
I programmi di insegnamento dell'informatica hanno conosciuto nel tempo un'evoluzione verso l'altro: se un tempo si cominciava insegnando il linguaggio Basic, oggi si punta sulla capacità di utilizzare i più diffusi software da ufficio (sostanzialmente il pacchetto Office di Microsoft), di fare la posta elettronica e di navigare in rete.
Questi insegnamenti, cui il ministro Moratti assegna grande importanza, hanno un carattere eminentemente pratico, di saper fare, e un valore concettuale quasi nullo. Oltre a tutto sono destinati a essere continuamente superati dal cambiamento dei software e delle relative interfacce.
A dirla tutta, tali addestramenti - perché formazione appare un termine eccessivo - sono paragonabili ai primordi della scrittura, quando si tratta di addestrare i bambini a tenere in mano la matita, ad acquistare scioltezza di polso nel muoverla sul foglio e nel riconoscere e interpretare i segni dell'alfabeto: tutte attività che una volta apprese devono diventare automatiche e non impegnare più la mente, liberandola per altre attività più alte e concettose.
Malgrado la persistente assurdità di molto hardware e di molto software, queste cose non presentano alcuna difficoltà per i giovani umani, i quali di solito non hanno nemmeno bisogno di un insegnamento strutturato per cominciare a muovere il mouse, ad aprire finestre, a scrivere e disegnare. E' un autoapprendimento che viene certamente facilitato dalla presenza di adulti competenti (in casa o a scuola), ma il cui successo è legato alla disponibilità piena e individuale di personal computer, con cui provarle tutte.
Non si tratta insomma di alfabetizzare all'informatica, ma di mettere a disposizione gli utensili dell'informatica, per dedicarsi anche con quelli (ma non esclusivamente con quelli) alle attività più formative di raccolta, interpretazione e produzione di conoscenze.
Anche per la navigazione e la creazione di contenuti per il web vale lo stesso criterio: il web debuttò nel 1993 e da allora è divenuto un fenomeno di massa che coinvolge, secondo stime dell'Onu, 600 milioni di persone in tutto il mondo.
La gran parte di queste ha imparato da sola a inserire un indirizzo web nella riga giusta e a cliccare sulle parole sottolineate - e del resto si tratta di attività semplicissime, facilitate da un'interfaccia uomo-macchina quantomeno decente.
Anche in questo caso non c'è molto da insegnare, si tratta semmai di generare scioltezze e far cadere i timori. Ciò non significa tuttavia che non ci sia uno specifico da insegnare, legato alle tecnologie della comunicazione, e nemmeno che non esistano utili contenuti concettuali e formativi.
La discussione forse dovrebbe concentrarsi su questi, piuttosto che sulle famose tecnicalità.
La domanda allora diventa questa: una volta appreso il dizionario e il gergo dei computer e delle reti (bit, byte, file, mouse eccetera), una volta apprese le manualità e gli automatismi mentali per aprire, chiudere, leggere e scrivere, che cosa è utile sapere di più?
Che cosa dovrebbe far parte del patrimonio culturale medio della persona media, di media cultura, non specialistica?
Certamente le idee di algoritmo e di programma appartengono a questo nucleo culturale, se non altro perché sono migrati, come potenti metafore anche verso altri campi (per esempio si parla, anche impropriamente, del Dna come del programma genetico che contiene le «istruzioni» per la produzione delle proteine).
Un'altra idea potente, di cultura generale, è quella di operazioni in serie e in parallelo, così come la differenza tra architetture gerarchiche e/o decentrate. Una riflessione sull'ordine e disordine dell'Internet, contrapposta alla rigida e controllata struttura delle reti telefoniche avrà molto da dire persino rispetto ai modelli della politica e della partecipazione civile.
Nessun letterato certo manipolerà mai dei processori elettronici, né li progetterà, ma le operazioni logiche sottostanti, che poi sono quelle di Aristotele prima e di Boole dopo, sono obbligatorie per ogni uomo di cultura.
Parliamo della differenza tra AND e OR.
Astruserie matematiche? Mica tanto, specialmente se si pensa che l'uno o l'altro operatore fanno la differenza nell'uso dei motori di ricerca Internet: se su Google batto Franco Carlini, in modalità OR ottengo 169 mila pagine, dato che mi vengono fornite come risposta le pagine che contengono sia la parola «Franco» che la parola «Carlini».
Se la stessa ricerca viene fatta in modalità AND, le risposte sono soltanto 7850, che corrispondono alle pagine in cui compare contemporaneamente sia «Franco» che «Carlini».
19/08/2003
Il valore della conoscenza
Gli analisti si dividono, quando debbono calcolare quanto valga la conoscenza informatica. Si accordano più facilmente nel valutare il «costo dell'ignoranza». L'errore di pensare a insegnare solo gli «applicativi» FRANCO CARLINIDa "IlManifesto" del 10 agosto 2003
19/08/2003
PC generation
L'hi tech e i nuovi media trasformano i modi di apprendimento delle nuove generazioni. Il ruolo di videogiochi e SMS.... Repubblica, scienza e tecnologia16/08/2003
Sviluppo sostenibile
Economia e ecologia hanno la stessa radice , eco, che significa oikos, casa, patria terra. Ma le due discipline sono in rotta di collisione: in economia vige la regola che il Pil deve sempre crescere. In ecologia vige la regola opposta: non c'è nessun organismo, pianta o animale, che cresca illimitatamenteENZO SCANDURRA *
Docente a "La Sapienza" RM, corso di laurea in Ambiente e Territorio
Nonostante il governo ladro..., non piove. Il Papa, all'Angelus, ha invitato a pregare perché piova; la temperatura aumenta in tutta l'Europa: a Londra ha raggiunto il valore eccezionale di 38 gradi. Tutti abbiamo la sensazione che un caldo così torrido e per un periodo così prolungato di tempo, non faccia parte dei nostri ricordi anche risalendo alla propria infanzia. Cosa sta accadendo? La spiegazione della sinergia tra due anticicloni, quello delle Azzorre e quello africano, è troppo semplificante, e poi perché non sarebbe mai accaduto prima?
Non vorrei apparire drammatico, ma il caldo di questi giorni mi fa venire alla mente la «battuta» finale dell'ultima lezione tenuta da Asor Rosa a «La Sapienza», pochi mesi fa.
Due dinosauri camminano l'uno affianco all'altro avviandosi lentamente verso la loro meta finale. Uno dei due dice all'altro: «E ora?», e l'altro risponde: «E' ora».
Forse per la prima volta nella nostra storia evolutiva, stiamo toccando e osservando direttamente con i nostri sensi ciò che scienziati, ricercatori e ambientalisti iniziarono a denunciare fin dagli anni Sessanta: attenzione, la produzione smisurata di CO2 (gas serra, prodotto della combustione dei fossili) rischia di far tornare la nostra biosfera nelle condizioni precedenti alla comparsa della nostra specie sul pianeta, a quando cioè le immense foreste di cui era ricoperta la Terra iniziarono a eliminare la CO2 «in eccesso» (per noi) seppellendola sotto la crosta terrestre sotto forma di combustibili fossili. Questi rifiuti del pianeta (poiché i combustibili fossili, così preziosi, altro non sono che rifiuti per la biosfera) furono «sapientemente» sepolti nelle viscere del pianeta favorendo così la comparsa dei primi esseri viventi. Da circa 200 anni quel virtuoso circolo è stato invertito, l'homo sapiens (ma non sarebbe meglio chiamarlo demens?) sta spargendo quei rifiuti nell'aria con un ritmo sempre più incessante ostacolando così la fuoriuscita delle radiazioni solari in eccesso (provocando quello che comunemente chiamiamo effetto serra).
Oggi, solo oggi, ci rendiamo conto che siamo impotenti di fronte a questa «rivincita» della natura e che siamo anche molto stupidi, come specie, di fronte alla sua «saggezza». Ma anziché cercare di recuperare un rapporto di co-evoluzione con la natura, ricordandoci che non siamo fuori di essa, ma parte di essa, il Papa ci invita a pregare perché piova! Certo, è vero, e ce lo ricordava Michele Serra dalle pagine de La Repubblica («Chi violenta la Terra», lunedì 11 agosto) che non è scientificamente provato che le nostre emissioni siano il responsabile principale delle perturbazioni eccessive della macchina climatica, ma da sempre, proprio per questo, scienziati accorti e sapienti invocano il principio di precauzionalità che consiste nel «non tirare troppo la corda» con la natura. Del resto non è scientificamente provato che un fumatore debba morire di cancro al polmone, ma pensare che fumare faccia bene questo non lo pensa più nessuno.
Le preghiere, con tanto di rispetto per il Papa, non servono. La natura non è fatta ad immagine dell'uomo; vero è semmai il contrario: la storia evolutiva del pianeta insegna che sopravvivono solo le specie che si adattano. L'homo cosiddetto sapiens «abita» questo pianeta da circa 5 milioni di anni; vi sembrerà forse un tempo molto lungo, ma prima di lui i dinosauri lo hanno abitato per circa 160 milioni di anni.
Cosa avrebbe dovuto allora pensare un dinosauro della propria specie se per tutto questo tempo essi girararono incontrastati sul pianeta? Eppure un bel giorno (si fa per dire) essi diventarono «ecologicamente incompatibili» con il pianeta e, dunque, si estinsero: «E ora?»... «E' ora», risponde il dinosauro saggio che ha capito quello che stava accadendo.
Noi che saggi non siamo come i dinosauri, ci ostiniamo invece a pensare che qualsiasi calamità «naturale» sarà sempre affrontabile e risolvibile con la nostra tecnologia. Un «autorevole» scienziato, poche settimane fa, ci ha tranquillizzato sugli effetti dell'aumento di temperatura affermando che siamo sempre in grado di aumentare la produzione di condizionatori! Viene la fantasia di pensare che questa specie sapiens è troppo arrogante (e ignorante) per meritare di sopravvivere.
Ma cosa posiamo fare?
Gregory Bateson soleva dire che «il dio ecologico non può essere beffato» (non esistono scorciatoie per ingannare la natura) e che «la creatura che la spunta sul proprio ambiente distrugge se stessa».
Sembrerebbe banale, ma è proprio così. Ecologia ed economia hanno la stessa radice eco, che poi significa oikos, casa, patria, terra. Ma le due discipline sono ormai in rotta di collisione tra loro.
In economia vige la regola che il Pil deve sempre aumentare. Guai se questo non accade, come ci sentiamo dire con ossessione in questi giorni da tutti i mass-media.
In ecologia vale la regola opposta: non esiste alcun organismo, pianta o animale, che cresca illimitatamente..., se ce ne fosse, anche uno soltanto, nel corso dei milioni di anni della vita del pianeta, avrebbe distrutto qualsiasi altra forma vivente. «Gli alberi non crescono fino al cielo» è il titolo ammonitore di uno degli ultimi libri di S.J. Gould. >br>Gli alberi, diceva Gould, crescono fino a procurarsi la luce, ma poi si fermano. Quando sarà possibile allora mettere in discussione questo ambiguo concetto di «Sviluppo» che, a conti fatti, produce più malefici che benefici? Quando sentiremo mai qualche politico o sindacalista affermare che è ormai ora di uscire da queste nefande regole dell'economia? Continuiamo a pensare che il Pil debba crescere illimitatamente, che la produzione non deve mai rallentare, che occorre battere la concorrenza e al tempo stesso che possiamo tenere sotto controllo la natura. Un delirio, questo, che neppure i dinosauri osavano pensare.
Sento alla televisione un coro unanime di economisti, politici, sindacalisti dare l'allarme perché c'è il rischio di recessione, perché l'economia ristagna e il Pil non cresce più illimitatamente. Ma costoro cosa pensano di questo sconvolgimento climatico non lo dicono. Qualcuno li ha forse rassicurati del fatto che il pianeta è stato fatto a nostra immagine e somiglianza e prima o poi dovrà adattarsi alle nostre stravaganti leggi dell'economia?
La paura della recessione economica fa in pochi minuti il giro del pianeta, diventa il titolo principale dei quotidiani, di destra quanto di sinistra. Quanto, invece, sta accadendo in questi giorni dal punto di vista climatico balza alle cronache solo per il suo aspetto di «stranezza» della natura o per i danni (economici) che produce senza che nessuno (o quasi) faccia qualche correlazione tra la produzione artificiale dell'uomo (il Pil) e il dis-equilibrio della biosfera.
Non saprei dire se questo insensato atteggiamento della specie sapiens sia dovuto a una gigantesca opera di rimozione inconscia di fronte ad un pericolo di estinzione di massa della specie vivente che tanto vale ignorare così da esorcizzarla.
Questo comportamento ci fa piuttosto somigliare agli struzzi che, si sa, quando avvertono una minaccia preferiscono nascondere la testa sotto la terra per scongiurarla. Ma loro, almeno, non hanno mai avuta l'arroganza di definirsi una specie sapiens.
tratto da http://www.ilmanifesto.it/ del 15 agosto 2003